jihad

Interessanti precisazioni di Andrea Plebani sul significato del termine Jihad

—La radice che compone la parola Jihad, J-H-D, custodisce il significato di «sforzo», «militanza» o «impegno tenace», con una molteplicità di risvolti per la vita del fedele musulmano. Colui che si impegna in questo cammino diviene quindi il mujahid (o mujahida, secondo il genere). Tale impegno coinvolgerebbe tanto l’esistenza individuale quanto quella comunitaria (umma) nel resistere e contrastare il «male» e la «minaccia», interiormente e pubblicamente, nel quadro dei precetti rivelati da Dio. In questo senso il jihad condenserebbe in maniera naturale sia la prospettiva spirituale sia quella militare di questo sforzo o militanza, che potrebbe essere assolto con diversi strumenti, dalla parola all’impiego di tutta la persona. Ovviamente è il procedere della rivelazione e la condotta del Profeta, oltre alla storia della sua vita (sira nabawiyya), che racconta la versatilità e complessità intrinseca del richiamo al jihad. Tradizionalmente si osserva che nelle sure del Corano risalenti al periodo meccano, ovvero quando Muhammad aveva imboccato la via della rivelazione e risiedeva ancora nella città carovaniera dei suoi antenati, il termine jihad invitava a impegnarsi e concentrarsi tenacemente nell’obbedienza e nella purificazione. Facendo tesoro delle virtù della fermezza d’animo e della pazienza (sabr), il credente era chiamato a ingaggiare la sola lotta verbale contro quanti rifiutavano i frutti della parola di Dio. Privo di un esplicito riferimento bellicoso, in tale contesto lo sforzo doveva quindi attenersi all’uso della parola e del dialogo. Non a caso risale a questo periodo il versetto 53 della sura 12 (Yusuf, Giuseppe) su cui è stata articolata l’interpretazione del primato del jihad spirituale su quello militare. Di eguale importanza sarebbe il versetto 78 contenuto nella sura 22 (al-hajj, Il pellegrinaggio), in cui jihad comparirebbe nel suo più «originale» significato di sforzo spirituale. Tali interpretazioni sarebbero, inoltre, confermate anche da un hadith (racconto o narrazione) in cui Muhammad avrebbe introdotto la distinzione tra la dimensione spirituale e quella armata di questo «sforzo», definendole rispettivamente «grande» e «piccolo» jihad. Nonostante quest’ultima fonte non sia annoverata tra le più certe e salde, non è mai stata rifiutata unanimemente, consentendo la trasmissione di tale distinzione che confermerebbe la duplice valenza di questo concetto, relegando quindi l’aspetto bellico e violento su un secondo piano. Con il passaggio a Medina (Yathrib) di Muhammad e nei restanti dieci anni, fino all’entrata vittoriosa alla Mecca e alla sua morte nel 632, la parola jihad iniziò ad abbracciare dimensioni più propriamente legate allo scontro fisico durante le differenti battaglie e i combattimenti vissuti dal Profeta dell’islam e dai suoi compagni. Non a caso questa stagione viene anche definita al-maghazi, ovvero le razzie (ghazu al singolare) nella vita del Profeta, un termine che progressivamente entrò nella dimensione propria del lessico militare del cosiddetto mondo musulmano perdendo quella collocazione originale legata al mondo tribale pre-islamico. Facendo riferimento a questo periodo, si sottolinea come la comunità dei credenti guidata dal suo Profeta abbia condotto Jihad e terrorismo diverse operazioni militari, circa sessantacinque secondo la sira raccolta da Ibn Hisham. Nel definire i profili e l’andamento di questi scontri, commentatori e analisti hanno voluto scorgere l’indicazione di una duplice valenza del jihad militare sia nella prospettiva offensiva (battaglie di Badr e Hunayn) sia in quella difensiva (battaglie di Uhud e Khandaq). In realtà, se tutte queste imprese possano essere definite propriamente jihad rimane ancora una questione aperta all’interpretazione e allo studio, così come per le grandi conquiste arabe del VII e VIII secolo successive alla morte di Muhammad, che tradizionalmente vengono chiamate semplicemente futuhat (conquiste). Ciononostante è inevitabile osservare che tali esperienze fornirono costanti riferimenti per l’esercizio e lo studio del significato del jihad militare e delle sue implicazioni e logiche, al pari di quelle precedentemente citate riguardo le sue conseguenze pacifiche e spirituali. Rispetto alla questione difensiva e offensiva, in particolare, tale distinzione riveste ancora oggi una sua importanza, e continua a stimolare il dibattito se il jihad nella prospettiva bellica sia lecito in entrambe le situazioni, oppure sia da riferirsi strettamente alla sola necessità di difendersi contro la minaccia contemplando al più l’azione preventiva. Ritornando all’analisi del termine jihad nella tradizione coranica, è la parola qital (lottare, uccidere) che avrebbe il principale compito di precisare il senso di questo concetto in relazione all’uso legittimo della forza, come tradizionalmente osservato. Riguardo a quest’ultimo punto, il profilo etico e il rispetto dei precetti di Dio rimarrebbero determinanti nel definire il jihad secondo questa prospettiva, distinguendolo dalla semplice guerra. È forse proprio a causa di tale intima connessione che la tradizione occidentale si è stabilmente riferita a questo vocabolo traducendolo come «Guerra Santa». In realtà, il jihad non sarebbe né semplice guerra né tantomeno Guerra Santa (harb al-muqaddasa), piuttosto nei suoi profili bellici si avvicinerebbe alla dimensione della «guerra giusta» (bellum pium et justum), che prevede sempre l’obbedienza ai dettami divini e il conformarsi a una chiara condotta etica. Di fatto, per quanto concerne il termine «guerra» (harb), che compare solo occasionalmente, si osserva invece che nella rivelazione questo verrebbe relegato a situazioni ben chiare, come azioni illegittime di quanti sono interessati a diffondere corruzione, il momento del pieno della battaglia e dello scontro fisico tra credenti e miscredenti e la sola possibilità di un combattimento contro coloro che si ostinano a praticare l’usura. Ma secondo quanto emerso dalla maggior parte delle analisi sarebbe la sura 9 (al-tawba, Il pentimento o La disapprovazione) a ricoprire il ruolo più importante e probante nella prospettiva dell’interpretazione e del commento del jihad nel senso armato. In particolare, secondo alcuni commentatori, tra cui gli apologeti e i sostenitori dei movimenti ormai definiti jihadisti, all’interno del cosiddetto versetto della spada (ayat al-sayf, 9:5) sarebbe contenuta la chiara ingiunzione a combattere indiscriminatamente i nemici dell’islam, reso in questo frangente con il termine ampio di mushrikuna (letteralmente «coloro che associano», da cui deriva il concetto di politeisti e che molte interpretazioni radicali hanno poi ampliato includendo un numero indefinito di comportamenti e credenze)18 (9:36). Nel concreto, questi sarebbero da individuare negli abitanti di Tabuk, ed è sulla base di tale constatazione che altri studiosi hanno cercato di limitarne le implicazioni, circoscrivendole a quello specifico momento e contesto storico. Nella medesima sura si troverebbe poi l’inequivocabile invito per i musulmani a distanziarsi dai miscredenti (9:23-24), proclamando la loro supremazia su cristiani ed ebrei, la cui unica via di salvezza sarebbe abbracciare la fede islamica oppure sottomettervisi con il pagamento del tributo di protezione (jizya, 9:29). Ancora nella stessa sura, ritornando alla questione per ora brevemente accennata della possibilità offensiva e difensiva del jihad, diverse interpretazioni hanno sottolineato la giustezza e correttezza solo della seconda prospettiva, come dimostrerebbero i versetti 12 e 15. Allo stesso modo, per esempio, nella sura 2 (al-baqara, La giovenca) e nella 4 (al-nisa’, Le donne) ci sarebbero altrettanti riferimenti all’ingiunzione di condurre il jihad attraverso l’uso della violenza contro miscredenti e infedeli. Questa breve ricostruzione dona il senso della difficoltà di giungere a un significato univoco capace di racchiudere pienamente e con proprietà le numerose implicazioni che la radice J-H-D conserva in sé, anche nella sola prospettiva armata. Una complessità risultato sia delle specificità della lingua araba e dell’ampia possibilità di comporre parole e significati a partire dalle medesime radici sia della dimensione in cui tale vocabolo troverebbe la sua più originale spiegazione, ovvero la rivelazione coranica che di per sé è aperta a molteplici interpretazioni così come avviene per ogni religione. Allo stesso modo, è di particolare importanza verificare come si esercita il discernimento di queste fonti. L’eccessivo e disinvolto utilizzo della teoria dell’abrogazione (naskh), secondo cui le porzioni della rivelazione più tardive abrogherebbero le precedenti, e la tendenza a estrapolare singoli versetti privandoli del necessario contesto di riferimento creano di fatto letture che facilmente si prestano alle più differenti tesi che si intende sostenere e avvalorare a fini strumentali. Il rischio maggiore non è solo quello del travisarne le implicazioni, ma di perdere di vista quei richiami alla condotta, al conformarsi alle regole e ai precetti divini, e quindi al «governare» il ricorso alla violenza. È dunque a partire da questo contesto che la tradizione musulmana si è sviluppata nel corso dei secoli, interrogandosi costantemente sul significato e la relazione tra pace e guerra sia all’interno dell’esperienza esistenziale di ogni musulmano, della comunità dei credenti e dei diversi sistemi politici sia nei confronti del mondo esterno e delle altre religioni. In questo quadro, seppure sia difficile determinare in ultima istanza se le campagne militari condotte da Muhammad fossero realmente jihad, dato che non esistono formali dichiarazioni in tal senso, queste stesse esperienze divennero il prototipo ideale a cui tendere e riferirsi, definendo così i contorni dottrinali, giuridici e istituzionali del jihad applicato alla sfera militare.—


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Ciro Sasso

L'autore:

Penalista, Criminologo, Investigatore difensivo (Legge n. 397 del 07.12.2000), nonchè Socio ordinario della I.C.A.A. (International Crime Analysis Association), attualmente l’avv. Ciro Sasso è iscritto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli ed è tra i pochissimi professionisti in grado di offrire ai propri assistiti, grazie ad una fitta rete di cooperazioni e domiciliazioni, assistenza legale di qualsiasi tipo su territorio nazionale ed internazionale, con illimitata disponibilità di spostamento anche per lunghi periodi di tempo.


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