come un uomo immigrati

Flusso immigratorio e politica

Nel corso degli ultimi anni (per attenti osservatori) o mesi (per altri), il fenomeno migratorio ha sensibilmente incrementato le sue dimensioni, coinvolgendo Stati prima immuni, donne e uomini prima non attenti agli equilibri dei Paesi di là dal mare dove anche quest’anno, tra morti e ombrelloni, un’estate è passata. Quella che viviamo in quest’epoca non è un’emergenza temporanea, ma un evento di proporzioni enormi, e come tale andrebbe trattato; oltre l’orizzonte elettorale, di là dal bieco calcolo egoistico rifugiato dietro consensi percentuali. Approfondire le cause di un problema è il modo più diretto per raggiungere la soluzione. L’Unione europea, nel suo confuso agglomerato di divisioni e interessi nazionali, si prodiga in meeting illusoriamente risolutori, ma analizzare perché centinaia di migliaia (per ora) di profughi perdano la vita per raggiungere il nostro continente, simbolo di un’opulenza quasi secolare seppur decadente, è cruciale.

Martin Dempsey, Generale americano e Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha pochi giorni fa affermato che il fenomeno migratorio che coinvolge l’Europa è destinato a durare vent’anni almeno e influenzerà profondamente il Vecchio Continente. L’UE sola, con azioni coordinate e con una prospettiva di medio periodo, può gestire un’emergenza che presto si tramuterà in crisi sistemica. Bruxelles deve aumentare la sua forza, soprattutto su quei Paesi dell’Est Europa in debito con la storia e che troppo spesso sembrano dimenticarlo.

In un paio di decenni molti Paesi dell’Africa subsahariana muteranno completamente il loro assetto demografico. Nazioni come la Nigeria saranno popolate da bambini, avranno un’età media di 15 anni entro il 2050, un’immagine terrificante per il futuro di quel Paese. Le popolazioni fuggono dalle terre natie perché afflitte da guerre e spietati regimi autoritari; tutto ciò deriva dalla mancanza d’istituzioni politiche affidabili e operazioni umanitarie sotto egida ONU in territori devastati dalle carestie, oltreché dalla guerra, con riferimento all’Africa. Tuttavia, la più chiara e imminente emergenza è la polveriera mediorientale, che include le aree del Magreb e del Mashreq. I Paesi più instabili nell’area sono tre: Iraq, Siria e Libia.

Per quel che concerne l’Iraq, il processo di transizione verso un quasi-democratico Stato di diritto è ancora lontano dal divenire realtà. Certo la causa principale di una nazione frammentata da più di un decennio al momento è lo Stato Islamico e la cieca furia da cui sono guidati i suoi adepti per conquistare e distruggere qualsiasi ostacolo sul loro percorso; è però fondamentale anche in questo caso analizzare nel profondo le cause che hanno portato alla generazione dell’IS, a farlo spadroneggiare nel Nord (ora non più solo lì) della Mesopotamia. Le radici dell’instabilità nella terra dei due fiumi sono riconducibili ad antichi conflitti tribali, all’assenza di un’unità intorno a una capitale e a una bandiera, un ordine surreale garantito solo da Saddam Hussein. Le discriminazioni e le umiliazioni inflitte al popolo curdo dal rais di Tikrit negli anni precedenti hanno alimentato una sete di vendetta che oggi, ormai da qualche tempo anzi, si ritorce contro Baghdad. Inoltre, anni di governo del primo ministro sciita Nuri Al Maliki hanno contribuito a esacerbare le tensioni etniche nel Paese; sunniti contro sciiti, curdi e Stato Islamico hanno fatto il resto.

La Siria è lo specchio della regione, essa riflette nel mondo l’inarrestabile caos mediorientale, il solo reale attore dominante negli eventi da Tripoli a Baghdad, e oltre. Quella che ormai suona paradossale chiamare Repubblica Araba di Siria riporta il più lampante esempio di un tentativo di rivoluzione soffocato nel sangue dal regime alawita che la governa, cieco al rispetto dei diritti umani e della dignità in generale. Tuttavia, Bashar Al Assad non è il solo responsabile dell’odierno stato degli eventi in Siria. L’opposizione politica al governo di Damasco è sempre restata ben lontana dall’inferno d’Aleppo e dintorni, quieta nei salotti parigini o a Istanbul, passando per Ginevra, mentre il popolo che loro pretendevano di rappresentare moriva sotto le bombe. L’Esercito di Liberazione Nazionale è un altro esempio di creatura politico-militare nata per vivere nell’irrilevanza, col suo Generale in Turchia e le sue truppe impantanate nel fango nei sobborghi d’Aleppo. E poi il Califfato Islamico, molto più forte e spietato di qualsiasi gruppo ribelle.

Ora la Siria è un Paese diviso in tre, per essere ottimisti: nel Sud, a Damasco, nella regione mediterranea e a Tartus, l’area d’interesse di Mosca, il potere è ancora nelle mani del regime d’Assad; una piccola parte nel Nord è stata conquistata, poi persa e di nuovo riconquistata dai curdi siriani (a questi ultimi uomini valorosi il mondo non finirà mai di dire grazie, donne e uomini che vivendo di tè e pane secco difendono con pochi Kalashnikov i confini morali dell’Occidente); l’Oriente, da Homs a Raqqa e oltre, nelle mani dello Stato Islamico. Pertanto la Siria è un Paese dove due principali gruppi di potere, il governo di Damasco e il Califfato, combattono per la supremazia; nel mezzo restano i curdi, i ribelli e tutti gli altri piccoli gruppi di combattenti persi nella polvere delle battaglie durante gli ultimi quattro anni. Il risultato è una guerra civile: centinaia di migliaia di morti, siti archeologici d’inestimabile valore devastati, donne violentate, uomini decapitati. C’è urgente bisogno di una soluzione militare coordinata per porre fine al conflitto. Stati Uniti e Russia possono dare l’incipit alla svolta, senza che la Cina li ostacoli, seduti intorno a un tavolo con la Turchia (gestendo il suo desiderio di dominio sui curdi), le monarchie del Golfo, l’Arabia Saudita in primis, e l’Iran.

Quest’ultimo è un necessario elemento del tavolo di negoziazione: in troppe riunioni sulla crisi siriana la Repubblica degli Ayatollah è stata estromessa. Pensare di risolvere il conflitto senza Teheran è illusorio, un’ingenuità oltreché un grave errore politico. La potenza persiana vuol vedere salvaguardati i suoi interessi, vale a dire: sostituire Assad con qualcuno non ostile a loro, come un radicale sunnita potrebbe essere. L’Iran non lascerà andare il suo unico alleato nella regione senz’agire. Gli attori internazionali devono considerare questa posizione se vogliono risolvere il conflitto e fermare la macelleria umana che va avanti da anni, e i cui superstiti ora sono giunti nel cuore d’Europa. I punti per un negoziato sono pochi ed essenziali: intraprendere un processo di transizione avendo come primo obiettivo la sconfitta dello Stato Islamico, dopodiché un compromesso accettabile per gli interessi di tutte le parti e soprattutto per il popolo siriano, o per quello che ne rimane.

Infine la Libia, il Paese che più di tutti rappresenta l’instabilità nell’Africa settentrionale. Per risolvere il fenomeno biblico delle migrazioni, la stabilizzazione di questo Paese guidato da due governi e centinaia di tribù è essenziale. La completa anarchia presente in Libia è tale che gruppi criminali e trafficanti umani prosperino nella regione, guadagnando denaro su quei disperati che fuggono da guerre e carestie, offrendo loro la mortale traversata del Mediterraneo, dopoché quelli hanno già affrontato la fatalità del Sahara.

A questo punto della crisi, un’azione congiunta del Consiglio di Sicurezza in sede ONU è la sola strada possibile per la soluzione della crisi. I suoi membri permanenti, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, devono coordinare un programma d’intervento nel Paese, in collaborazione con Algeria, Marocco e Tunisia. Se ciò accadrà, un governo insieme con una banca centrale potrà ricostruire la Libia e gestire l’accoglienza dei migranti africani, dei profughi sarebbe meglio dire, che più tardi andranno in Europa in modo ordinato, quest’ultimo gestito a sua volta dall’UE. Inutile dire che un coinvolgimento di Putin in tali azioni implica una soluzione condivisa della crisi ucraina.

La summenzionata strategia risolutiva rappresenta solo il primo passo per la fine della crisi che coinvolge milioni di persone che fuggono da terre di morte. Una cooperazione a lungo termine, un piano d’investimenti coordinati dalla comunità internazionale, soprattutto dall’UE, che più di tutti ha interesse in ciò, è la strada da intraprendere. Queste attività meritano grande impegno e attenzione, soprattutto verso quei Paesi troppo spesso, e tuttora, sfruttati delle loro risorse senza ricevere sostanzialmente nulla in cambio.



Ciro Sasso

L'autore:

Penalista, Criminologo, Investigatore difensivo (Legge n. 397 del 07.12.2000), nonchè Socio ordinario della I.C.A.A. (International Crime Analysis Association), attualmente l’avv. Ciro Sasso è iscritto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli ed è tra i pochissimi professionisti in grado di offrire ai propri assistiti, grazie ad una fitta rete di cooperazioni e domiciliazioni, assistenza legale di qualsiasi tipo su territorio nazionale ed internazionale, con illimitata disponibilità di spostamento anche per lunghi periodi di tempo.


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