Espressioni in Latino

Ab absurdo: 
Dall’assurdo.

L’espressione, usata dai filosofi scolastici, indica un procedimento logico con cui si dimostra la verità  di una affermazione provando l’assurdità  dell’affermazione contraria. Molto amata da Euclide, da cui i filosofi scolastici la mutuarono, la “dimostrazione per assurdo” altro non è che uno schema logico con il quale anzichè dimostrare una tesi, si dimostra che il contrario negherebbe la prima ipotesi fatta. Risulta usata specialmente in geometria, dove si fanno spesso dimostrazioni “ab absurdo” provando le conseguenze false che derivano da ipotesi o premesse erronee.

Ab aeterno
: 
Da tutta l’eternità , da tempo immemorabile (Antico Testamento, Proverbi 8, 23).

Libro essenzialmente didattico quello dei “Proverbi” è stato scritto con l’intento di offrire ammaestramenti di vita pratica. Il passo da cui è stata derivata l’espressione è un inno ed un elogio della Sapienza connaturata all’essenza del Dio creatore e come Lui eterna:“ab aeterno ordita sum et ex antiquis antequam terra fieret” (= da sempre sono stata costituita e dai tempi antichi ancor prima che la terra fosse). L’espressione si trova frequentemente italianizzata nella forma: “Ab eterno”.

Ab antiquo
:
Dall’antichità .
Espressione usata, anche nella forma italianizzata “ab antico”, per indicare cose o avvenimenti di tempi assai remoti.
Detto segnalato e commentato da Carlo T. 

Ab assuetis non fit passio: 
Le cose comuni (abituali) non fanno impressione.

Cosଠdicevano gli antichi; quando ci si abitua a qualche cosa, cessa l’entusiasmo, ed è solo l\’imprevisto che suscita la meraviglia. Esperienza insegna che passate le prime emozioni, l’entusiasmo diminuisce; il piacere che dura troppo a lungo, genera indifferenza e noia. Si tratta di un principio filosofico d\’uso piuttosto frequente, che ha riscontro nella sentenza di Aristotele: “Quod consuetum est, velut innatum est” (=ciಠche è consueto è come istintivo).

Abiit, excessit, evasit, erupit 
:
(Catilina )se ne è andato, è uscito, è fuggito, si è precipitato via (Cicerone, Catilinarie, II, 1)
Espressione spesso usata per spiegare una figura retorica conosciuta come “climax” consistente in un graduale passaggio da un concetto all’altro con intensità  crescente. Un esempio che trovo bellissimo viene dal cap XI de “I promessi sposi” per bocca di don Rodrigo che rivolto al Griso ordina: “… voglio saper dove sono. Non ho pace. A Pescarenico, subito, a sapere, a vedere, a trovare… .

Ab imis (fundamentis): 
Dalle pi๠profonde fondamenta (Vitruvio Pollione De architectura libro III 1,2 – Francis Bacon “Instauratio magna”).

“Instauratio ab imis fundamentis” Con questa espressione latina, Francesco Bacone, spiega come sia indispensabile una riconversione generale di tutta la conoscenza umana… come unico mezzo per scoprire le nascoste possibilità  della natura. “Thus an “instauratio ab imis fundamentis” of all human knowledge is necessary … as a means of discovering the hidden possibilities of nature”. Nell’uso quotidiano acquista il significato di rinnovamento generale usato in frasi come: riformare un Istituto, rinnovare un\’amministrazione “ab imis”.

Ab imo pectore
: 
Dal profondo del cuore (Virgilio Eneide VI v. 55).

“Funditque preces rex pectore ab imo” (=E il re (Enea) dal profondo del cuore lasciಠsgorgare le preghiere). Sono le parole che il poeta usa per esprimere l’accorato atteggiamento dell’eroe troiano nell’atto di rivolgere la sua invocazione al dio Apollo al quale chiederà  di poter cominciare una nuova vita nella nuova patria. L’espressione si trova sovente in Virgilio, ad indicare il profondo dolore che sembra far sgorgare le lacrime, i gemiti e le parole dal pi๠profondo del cuore. E’ facile trovare anche la sola espressione: “imo pectore”.

Ab intestato
: 
Senza testamento (Brocardo).
Espressione giuridica utilizzata per indicare una eredità  in assenza di testamento. Sarà  quindi compito della legge intervenire per indicare come i beni dovranno essere distribuiti tra i legittimi eredi.

Ab Iove principium generis: 
Discendenti dal dio Giove (Virgilio Eneide libro VII v. 219
).
Per quanto simile a quello che segue questo detto, è messo sulla bocca di Ilioneo capo degli ambasciatori Troiani, ad indicare la discendenza divina della stirpe troiana; Dardano infatti, secondo la mitologia, era figlio di Giove e di Elettra. Raramente usato come motto di casata ; si corre il rischio di essere considerati non poco megalomani ma, sempre per restare in tema…, “de gustibus…”! 

Ab Iove principium (Musae, Iovis omnia plena…): 
Cominciamo da Giove ( o Muse, di Giove ogni cosa è piena).
 (Virgilio, Egloghe. III, v. 60).
Con queste parole il pastore Dameta inizia la sfida musicale con l’amico Menalca. Vedi anche:”Amant alterna camenae”. Si usa normalmente simile espressione sia ad indicare che per dare un spiegazione logica alla vita bisogna incominciare dall’origine di ogni cosa e cioè da Dio, sia che le cose di maggior importanza devono avere la precedenza su quelle secondarie.

Ablue peccata non solum faciem
: 
Oltre alla faccia lava anche i tuoi peccati.

Traduzione in latino di una iscrizione greca posta a Costantinopoli, sul battistero della basilica di santa Sofia e nella chiesa di Nostra Signora delle vittorie a Parigi. 

Ab ovo: Dall’uovo, dalle origini (Orazio Ars poetica, 147).
Il poeta invita a non voler prendere le cose troppo alla lontana, ed esemplifica il concetto spiegando che dovendo parlare della guerra di Troia sarebbe inutile iniziare il racconto da Leda che, amata da Giove trasformatosi in cigno, partorଠ2 uova da cui nacquero i Dioscuri , Clitennestra ed Elena causa quest’ultima della guerra di Troia: “Nec gemino bellum Troianum orditur ab ovo “ (=Nè che la guerra di Troia ha avuto inizio dall’uovo gemello). Altrove (Satire, 1, 3) il Poeta usa anche l’espressione: Ab ovo usque ad mala (=Dall\’uovo fino alle mele), in pratica: dall\’antipasto alla frutta, ossia dal principio alla fine alludendo all’usanza romana di iniziare i pranzi con le uova e le immancabili olive ascolane per terminare con le mele. Nel linguaggio comune si suole citare quando qualcuno incomincia a raccontare una storia molto alla lontana, risalendo … ad Adamo ed Eva.

Absentem laedit, cum ebrio qui litigat
: 
Offende una persona assente chi litiga con un ubriaco (Publilio Sirio Sententiae 12).

Ricordo un compaesano che sedendosi a tavola nei giorni di festa esclamava: “salutiamoci ora perchè alla fine non riconoscerಠnessuno”. Quasi astemio, era solo un simpatico modo di dire, ben conscio che le eccessive libagioni portano l’individuo ad una perdita progressiva, direttamente proporzionale ai bicchieri scolati, del dominio sulla parola e sulla capacità  di intendere e volere. Come non ricordare la famosa “spranghetta” di Renzo al capitolo XV de “I Promessi Sposi”, tanto ubriaco da far “litigare le dita co’ bottoni de’ panni che non s’era ancora potuto levare?.

Absit invidia verbo: 
Possano le mie parole non essere fraintese. (Tito Livio, Ab Urbe Condita Liber IX cap.19)
.
Della frase di Tito Livio “Absit invidia verbo et civilia bella sileant” Possano le mie parole non essere fraintese e tacciano le guerre civili, è stata presa solamente la prima parte e modificata nella versione pi๠conosciuta e usata: “absit iniuria verbo” o “absit iniuria verbis” mantenendo comunque lo stesso significato di scusa quando si teme che le nostre parole o i nostri scritti , possano in qualche modo offendere chi ci ascolta o ci legge.

Barbaque erat promissa:
La barba era lunga (Cornelio Nepote, De viris illustribus – Datames, Cap. XIV.4).
L’opera da cui è stato preso questo detto è forse quella di maggior respiro di questo scrittore latino. Vengono narrate le vite di uomini romani e stranieri tra cui condottieri, storici, poeti e grammatici. A noi comunque è giunto solo il libro che tratta delle vite dei generali stranieri raccogliendo le biografie di ben 22 di essi.
E il giorno dopo arrivಠTuis (principe ribelle), uomo di grande corporatura e terribile aspetto, “quod et niger et capillo longo barbaque erat promissa” (=era nero, con i capelli lunghi e la barba fluente).
Si usa citare la frase con riferimento a discorsi, conferenze o altre cose noiose che… hanno fatto crescere la barba. 

Barbarus hic ego sum, quia non intellegor ulli: 
Qui sono straniero perchè nessuno mi capisce ( Ovidio, Tristia, Libro V, X, 37)
.
Questo verso scritto da Ovidio a Tomi sul Mar Nero ove era stato relegato racconta l’amarezza del poeta per la estraneità  e la repulsione che prova per il popolo tra cui si trova costretto a vivere. Da Jean-Jacques Rousseau venne scelto come motto per contrassegnare il manoscritto: “Discours sur les avantages des sciences et des arts” (= Discorso sui pregi delle scienze e delle arti).

Beata solitudo, sola beatitudo:
Beata solitudine, sola beatitudine (Saint Bernard de Clairvaux).
La frase attribuita al santo fondatore di tanti monasteri in Europa ed in Italia (abbazia di Chiaravalle) si legge nel chiostro del convento dei frati francescani nell’isoletta di san Francesco del Deserto che si trova nella laguna di Venezia tra sant’Erasmo e Burano.

Beati pacifici (quoniam filii Dei vocabuntur): 
Beati gli operatori di pace perchè saranno chiamati figli di Dio. (S. Matteo, V, 9).

Adoperarsi per la pace, non aver paura di gridare al mondo le ingiustizie che quotidianamente vengono fatte contro i pi๠deboli e i pi๠poveri, fino ad arrivare al sacrificio della vita nella difesa di questi ideali: sono costoro gli operatori di pace di cui parla Gesà¹. Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, madre Teresa di Calcutta, Raul Follerau, E. Schweizer non sono che alcuni dei pi๠noti ed attuali di questi operatori di pace!

Beati pauperes spiritu!
: 
Beati i poveri di spirito (S. Matteo, V, 3).

La povertà  in spirito di cui parla Ges๠è la coscienza del bisogno dei doni di Dio ed è quindi un atteggiamento interiore non legato necessariamente ad una condizione sociale o economica. La frase viene spesso citata falsandone il senso, quasi volesse dire: beati gli ingenui, i sempliciotti…

Beati qui lugent (quoniam ipsi consolabuntur)
: 
Beati quelli che piangono perchè saranno consolati (S. Matteo, V, 5).

La beatitudine è rivolta ai sofferenti in modo particolare nello spirito, a quanti piangono per la mancanza di libertà  religiosa e civile. Ironicamente si dice di chi ha le lacrime in tasca.
Vedi anche “Spina etiam grata est, ex qua spectatur rosa”.

Beati qui non viderunt et crediderunt
:
Beati coloro che credettero senza vedere (Nuovo testam. Gv. 20, 24).
La frase completa indirizzata all’apostolo Tommaso è:“Dicit ei Iesus: quia vidisti me credidisti beati qui non viderunt et crediderunt”. (=Gli disse Gesà¹: hai creduto perchè hai veduto (Tommaso) ma beati coloro che hanno creduto senza vedere). 

Beatus ille qui procul negotiis…: 
Beato colui che sta lontano dagli affari (Orazio, Epodi, ode 2a).

Fa ricordare la frase del Manzoni, (cap. XXXVIII dei Promessi Sposi): “Son quei benedetti affari che imbrogliano gli affetti”. Si cita il detto a proposito di chi ama uno stile di vita tranquilla e raccolto.

Bella gerant alii, tu felix Austria nube
: 
Gli altri facciano pure la guerra tu, Austria felice, pensa ai matrimoni.
L\’abilità  degli Asburgo nel contrarre matrimoni, è immortalata in questo celebre esametro.
Inizia con Massimiliano a cui il padre da in sposa Maria di Borgogna, continua 20 anni dopo con Filippo il Bello che sposa Giovanna la Pazza. Questa portava in dote la Spagna, Napoli, la Sicilia , la Sardegna e tutte le nuove terre che via via venivano scoperte nel nuovo mondo, impero che verrà  poi ereditato da Carlo V che potrà  esclamare a ragione che “sul suo imnpero non tramontava mai il sole”.

Bella matribus detestata
: 
Guerre detestate dalle madri (Orazio, Odi, 1, 1, 24
).
Frase che sintetizza gli orrori della guerra. Ovviamente la frase è indirizzata tanto alle madri quanto ai padri, anche se la scelta della figura femminile è preferita dal poeta per ciಠche “l’essere madre” ha sempre significato. Esiste un detto attribuito ad Erodoto che pi๠o meno suona cosà¬: nei periodi di pace i figli sotterrano i padri mentre durante le guerre sono i padri a sotterrare i figli.

Bellerophontis tabellae
:
Tavolette di Bellorofonte (Plauto , Le Bacchidi, Atto IV, VII, v.810-811).
“Aha, Bellorophontem tuos me fecit filius: egomet tabellas tetuli ut vincirer. Sine”
 (= Aha, tuo figlio ha fatto di me Bellerofonte: io stesso ho portato le tavolette sulle quali c’è scritto che devo essere fatto schiavo. Lascia perdere!) sono le parole che il servo Crisalo rivolge al vecchio Nicobulo padre di Mnesiloco autore delle tabelle.
Con simile espressione o anche “Bellerophontis literae” (= Lettere di Bellerofonte), si definiscono infatti quelle lettere di “raccomandazione” apparenti dove i latori stessi diventeranno portatori della proprie future disgrazie come accadde appunto al mitico Bellerofonte. Narra la vicenda che l’eroe, accusato ingiustamente dalla moglie di re Preto di aver tentato di sedurla, fu mandato dallo stesso presso Iobate, re di Licia, latore di alcune tavolette commendatizie , nelle quali chiedeva non di ospitare il giovane ma di metterlo a morte. Immagino l’ecatombe che colpirebbe l’Italia se per magia tutte le raccomandazioni si trasformassero per incanto in “Bellerophontis literae”.

Bene curris, sed extra viam
:
Corri bene ma lo fai fuori dalla strada stabilita (Attribuita a sant’ Agostino).
Se osserviamo il comportamento umano ci accorgiamo di quanto sia vera simile affermazione anche nei nostri comportamenti quotidiani: quante energie vengono sprecate sul lavoro, in famiglia, con gli amici per puntiglio, orgoglio o desiderio di apparire fine a se stesso. Non parliamo poi dei nostri amici (parola grossa) parlamentari, di ogni ordine, grado e colore politico. Parlando di loro si potrebbe aggiungere per meglio spiegare il concetto “Melior claudus in via quam cursor extra viam” (=E’ preferibile uno zoppo sulla strada giusta di un corridore sulla strada sbagliata).

Bene dixisti (scripsisti) de me Thoma:
Hai detto (hai scritto) bene di me Tommaso. 
Una leggenda vuole che un crocifisso pronunciasse simile elogio parlando con san Tommaso d’Aquino, filosofo e Dottore della Chiesa cattolica. Soprannominato dai contemporanei “Doctor Universalis e Doctor Angelicus” per la sua enorme cultura, è considerato il fondatore della Filosofia Scolastica conosciuta anche come Aristotelico-Tomistica per aver operato l’innesto della cultura cristiana sulle teorie filosofiche di Aristotele e Platone.

Beneficia in commune collata omnes accipiunt et nemini gratificantur:
Del bene fatto in comune ne godono tutti e a nessuno si dice grazie (Da “Proverbi Sardi” di Giovanni Spano e cura di Giulio Angioni). 
Sembra che il proverbio sia scolpito sul campanile di Decimo fatto erigere da un popolano che aveva pure provveduto a farvi mettere un orologio ad uso della popolazione 

Bene omnia fecit!: 
Ha fatto bene tutte le cose! (Nuovo Testamento Mc. 7,37).

Vedi anche “age quod agis” E’ questo il pi๠bell’elogio che la folla fece di Gesà¹: non lo ritenne eccezionale nelle cose straordinarie ma nelle ordinarie e comuni. Di ognuno di noi dovrebbero poter dire che nella nostra vita non abbiamo compiuto azioni eclatanti ma solo che “abbiamo fatto bene ogni cosa”: ritengo possa rappresentare il pi๠bel ricordo di una persona.

Bene qui latuit bene vixit: 
Ha vissuto bene chi ha saputo stare ben nascosto (Ovidio, Tristia, III, el. 4 v.25)
Ancora non conosciamo con certezza quale sia stata la causa per cui nell’inverno dell’8 d.C. il poeta venne relegato a Tomi sul Mar Nero dove rimase fino alla morte nonostante le continue e pressanti richieste fatte agli amici e alla terza moglie, rimasti a Roma, di intercedere presso l’imperatore Augusto. Anche nella vita quotidiana il detto è sempre di grande attualità . Il mettersi in mostra, il dichiararsi capaci implicano un successivo impegno mentre, il restare defilati in attesa che altri “levino le castagne dal fuoco” al posto nostro, ci permette di partecipare al risultato finale senza rischiare.
Ricordo che era il motto fatto stampare sul suo stemma nobiliare dal grande matematico, filosofo e uomo d’arme Renè Descartes Seigneur du Perron molto pi๠semplicemente da noi conosciuto come Cartesio per l’abitudine a quei tempi di latinizzare i nomi stranieri e ricordato pi๠per il postulato “cogito ergo sum” che sarà  fondamento della filosofia razionalista degli anni a venire che non per la citazione di cui sopra. 

Biblia pauperum:
Bibbia dei poveri (Ignoto).
Con questa espressione vengono indicati quei libri devozionali con scene raffiguranti la vita di Cristo. Godettero di larga diffusione nei secoli XII e XIII soprattutto in Germania e Francia; in Italia se ne conosce un solo esemplare di poco anteriore al 1500. Sembra che l’espressione sia stata coniata da Papa Gregorio VII per indicare l’utilità  didattica delle raffigurazioni nelle Chiese dove, i vari dipinti, permettevano anche agli analfabeti di conoscere la storia della salvezza attraverso scene dell’antico e nuovo testamento. 

Bina iugera: 
Due iugeri
.
Lo iugero era una misura agraria usata dai romani e corrispondeva, grosso modo ad un quarto di ettaro. Pertanto 2 iugeri non superavano i 5.000 mq. poca cosa per chi, con i frutti di questo appezzamento, ci deve sfamare una famiglia. Questa poca terra era comunque sufficiente per poter entrare, in qualità  di… possidenti, nei congressi riservati a quanti, per potervi partecipare, dovevano disporre di una proprietà  agricola ancorchè cosଠpiccola. Narra la leggenda che il popolo di Roma per dimostrare la sua gratitudine ad Orazio Coclite che con il proprio valore aveva salvato la città  dagli etruschi del re Porsenna gli dedicಠuna statua e gli donಠun appezzamento di terreno in base a quanto ne poteva arare in un intero giorno con due paia di buoi… praticamente circa 2500 mq.! Come sono cambiati i romani da allora!!!!

Bis dat qui cito dat
: 
Da due volte chi
 da presto. 
Soccorrere con sollecitudine il bisognoso, equivale a raddoppiare il bene fatto. Diciamo che potrebbe essere, nei confronti del bisognoso, un’altra interpretazione del noto proverbio: “è preferibile un uovo oggi (per chi ha fame) ad una gallina domani “.

Bis peccare in bello non licet
:
In guerra non ci si puಠconceder il lusso di commettere due volte lo stesso errore.
Possiamo ricordare quel grande condottiero che fu Annibale. Sconfitti i Roani a Canne avrebbe potuto marciare su Roma e modificare in modo determinante la storia, invece portಠi suoi soldati nella ricca Capua dove tra ozi e divertimenti dimenticarono di essere quei valorosi soldati che avevano attraversato le Alpi e sconfitto a pi๠riprese gli eserciti di Roma. 

Bis repetita placent: 
(le cose utili) ripetute due volte piacciono (Orazio, Ars poetica)
.
Vedi “Repetita iuvant” Al “placent” alcuni sostituiscono iuvant (=giovano)

Bonae mentis soror est paupertas
: 
Il genio ha come sorella la povertà  (Petronio Satyricon LXXXIV).
Da questo detto si potrebbe supporre che il poeta veda nella povertà  di un individuo la molla che lo spinge a sfruttare al meglio le disposizioni, le capacità  e l’intelligenza che la natura gli ha dato.
Prendendo invece in esame il contesto in cui è posta: “Nescio quo modo bonae mentis soror est paupertas” (=Non capisco perchè l’intelligenza debba sempre essere sorella della povertà ) scopriamo che Petronio si chiede per quale motivo il genio debba morire di fame. Sempre dello stesso autore(Satyricon LXXXIII) troviamo: “Amor ingenii neminem unquam divitem fecit” (=La passione per la cultura non ha mai reso ricco nessuno) . 

Boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere: 
E’ compito del buon pastore tosare il gregge e non scorticarlo (Svetonio Vita dei Cesari Tiberio, 32)
. 
Ai suoi esattori, inviati nelle province dell’impero a riscuotere i tributi, l’imperatore Tiberio sente il dovere di ricordare che non devono comportarsi come predoni spogliando i contribuenti di ogni loro avere ma come il buon pastore, che tosa con estrema delicatezza le sue pecorelle senza causare loro ferite e permettere cosଠche la lana continui a crescere per essere nuovamente tosata.

Bononia docet
: 
Bologna insegna
Con la Sorbona di Parigi, l’università  di Bologna era la pi๠importante di tutta Europa: basti pensare che accorrevano studenti da ogni dove per studiare diritto pagando di tasca propria i professori.

Bonum certamen certavi
: 
Ho combattuto una buona battaglia (Nuovo testamento Atti degli Apostoli 2Tm 4,7)

Timoteo, convertitosi al Cristianesimo, fu spesso compagno di san Paolo nei suoi viaggi apostolici. Si ritiene sia stata scritta attorno all’anno 67 durante la seconda prigionia a Roma e poco prima che san Paolo venisse martirizzato. Con l’espressione “bonum certamen certavi cursum consummavi fidem servavi” (=ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede) esprime tutta la sua fiducia nel Signore che, giusto giudice, saprà  ricompensarlo.

Bonus malus
: 
Bene male

Tutti ne conosciamo il significato dalle polizze automobilistiche: In caso di incidenti in cui l\’assicurato risulta coinvolto ed è colpevole (malus) il premio e cioè la cifra che si paga, aumenta (tanto) mentre se si ha la fortuna di non causarne o comunque, pur essendovi coinvolti, di non essernene responsabili(bonus) diminuisce (poco).
Abituati ad usare il vocabolo “premio” come una ricompensa, dono conferito per meriti, indennità  speciale in funzione di un obbiettivo raggiunto ci chiediamo per quale strano motivo la lingua italiana lo utilizzi per indicare la “quota che il cliente deve all’assicuratore”. Il vocabolo deriva dal latino“praemium” e risulta composto dalla preposizione “prae” (=in anticipo)e dal verbo “emo” (=prendere, comprare dietro pagamento). E’ quindi corretto che venga definito “premio” la cifra che sborsiamo “in anticipo” per assicurare l’auto o quant’altro si desideri. Solo successivamente il termine è passato ad indicare un guadagno o una ricompensa che si ottiene a preferenza d’altri.

Bovi clitellas imponere: 

Mettere il basto al bue (Cicero, De finibus, 2, 28, 90). 

Il basto è una bardatura a forma di sella appoggiata sul dorso di muli o asini per il trasporto di carichi. Il detto quindi è riferito a quanti ambiscono fare cose impossibili o vogliono costringere altri a dedicarsi a lavori per i quali non sono adatti: il bue infatti non è adatto a portare carichi sulla schiena ma sviluppa la propria forza nel traino. 

Brevi manu: 
Con mano breve.
Nell’uso normale significa fare una consegna di qualche cosa personalmente, al di fuori dei canali preposti: posta, corrieri…Il termine da il nome anche al “breve pontificio” lettere usate per comunicare nomine, dispensare indulgenze…

Brevis esse laboro, obscurus fio
: 
Cerco di essere breve, ma divento oscuro (Orazio, Arte poetica. 25).

Locuzione che, in altre parole, significa esser spesso la brevità  causa di minor chiarezza. Non è comunque un invito ad essere logorroici o ripetitivi: spesso le tante parole servono a mascherare la non conoscenza dell’argomento.
Vedi “rem tene verba sequentur”.

Busillis:
Difficoltà , problema di non facile soluzione 
“…Aqui està  el busillis; Dios nos valga!”
 (=Qui sta la difficoltà , Dio ci aiuti). Sono le parole che Antonio Ferrer (Promessi Sposi cap.XIII) dice tra sè e sè mentre cerca un modo di salvare il vicario di provvisione dalla folla inferocita che lo vuole giustiziare. Come nasce “busillis” vocabolo inesistente ma da tutti usato? Si racconta che uno studente, forse non troppo versato nella lingua di Cicerone, scrivendo sotto dettatura un brano tratto dal Vangelo, divise la frase “in diebus illis” (=in quei giorni) in“in die busillis” rendendosela intraducibile e passando alla storia.

Caeli enarrant gloriam Dei: 
I cieli annunciano la gloria di Dio ( Antico Testamento, Salmo XVIII, 1
).
I salmi, da cui questa espressione è presa, rappresentano, per religione ebraica, l’inno per eccellenza che il credente rivolge a Jahvè. L’argomento puಠessere la preghiera, il ringraziamento, il pentimento, la lode, la supplica per l’invio dell’atteso Messia. Storicamente si data l’inizio di questa raccolta all’anno 1000, sotto il regno di re Davide, mentre le ultime composizioni risalgono al II secolo a.C. L’impiego dei salmi nei vari momenti di preghiera, è stato ripreso anche nella liturgia cristiana.

Caelum non animum mutant qui trans mare currunt: 
Cambiano cielo non animo coloro che corrono al di là  del mare (Orazio, libro I, lett. XI, ).
 
Vedi anche:” Vulpem pilum mutare, non mores”. Con questa immagine poetica il poeta afferma che il carattere di un individuo difficilmente cambia con il mutare delle situazioni.

Caesarem vehis eiusque fortunam: 
Porti Cesare e il suo destino. (Di incerta attribuzione. Per alcune fonti Web è di Plutarco e per altre di Cornelio Nepote).

Frase con la quale Cesare, durante una burrasca, esortಠil capitano che pilotava la nave su cui viaggiava a non aver paura. Spesso la si puಠtrovare nelle forma “Perge audacter, Caesarem vehis Caesarisque fortunam” (=Continua con coraggio, porti Cesare e il destino di Cesare). Ricordo che per il romani il temine “fortuna” indicava il destino, il caso, la sorte… che se era propizia si chiamava “fortuna secunda o prospera” mentre quando ci girava le spalle era detta “fortuna adversa“. Si usa per incoraggiare quanti lavorano per una causa giusta e nobile e spronarli a non temere le difficoltà  .

Caesar non supra grammaticos
:
Tu Cesare non hai potere sopra i grammatici.
Si danno due spiegazioni come origine di simile espressione. La prima, tramandata da Svetonio, racconta che Tiberio utilizzasse, in un discorso, un vocabolo inesistente. Ci fu chi propose di introdurlo nel novero dei termini della lingua latina, ma si oppose il grammatico Marco Pomponio Marcello eclamando: “Tu enim Caesar civitatem dare potes hominibus, verbo non potes” (=Tu Cesare puoi dare la citttadinanza agli uomini ma non ai vocaboli).
La seconda spiegazione di epoca posteriore ci porta al Concilio di Costanza quando l\’imperatore Sigismondo coniugಠun sostantivo neutro come se fosse femminile. Al cardinale che con delicatezza gli fece presente la svista rispose: “Ego sum Rex Romanus et super grammaticam”. 

Canis timidus vehementius latrat quam mordet:
Il cane codardo abbaia con maggior foga di quanto morda (Curzio Rufo De Rebus Gestis Alexandri Magni 7 ,4,13).
Forse da questa espressione nasce il nostro proverbio “can che abbaia non morde” ed ogni volta che lo sento citare mi domando se anche il cane ne sia al corrente. Troviamo un concetto analogo al cap. XI dei Promessi sposi “Che diavolo” disse don Rodrigo” tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena di avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non si sente d’allontanarsi . Riportando il detto all’uso quotidiano notiamo quanto spesso una persona timida alzi la voce, insulti, minacci sfracelli ma non reagisca.

Cantabit vacuus coram latrone viator: 
Il viandante che non ha nulla passerà  cantando davanti al ladrone (Giovenale, sat. X v. 22)
.
Pensiero costante degli uomini sono i soldi. Chi vive con questa ossessione avrà  sempre timore di essere derubato, mentre chi soldi non ne possiede….vabbè perಠcome dicevano i romani “in medio stat virtus” (=c’è sempre una via di mezzo)!

Captatio benevolentiae
: 
Accattivarsi la simpatia.
Espressione usata per indicare l’atteggiamento di chi con belle parole, raggiri, blandizie, cerca di guadagnarsi un’atteggiamento benevolo o condiscendente da parte di determinate persone. Nell’ambiente lavorativo e con termine anglosassone, colui che della “captatio benevolentiae” ha fatto una scelta di vita, viene chiamato “yes man” !

Caput imperare, non pedes
: 
A comandare è la testa, non i piedi.( C. Tacito Historia Augusta, Vita Taciti Imperatoris)

Il detto fa parte di una serie di acclamazioni e piaggerie tributate dal senato all’imperatore di turno ricordando i pregi e i meriti di quanti l’hanno preceduto sul trono. Arrivati a Settimio Severo per ben trenta volta ripetono “dixerunt tricies” che il suo motto preferito era appunto questo “caput imperare non pedes”. 

Caput orbis: 
Capitale del mondo. (Tito Livio Ab urbe condita I, 16 – XXI, 30).

“Abi, nuntia Romanis, caelestes ita velle ut mea Roma caput orbis terrarum sit” Và  e annuncia ai Romani che la volontà  degli dei celesti è che la mia Roma diventi la capitale del mondo. Cosi scrive nella sua storia Tito Livio che viene ritenuto il primo ad utilizzare simile espressione per definire il destino della Città  Eterna. La troviamo successivamente ripresa da altri autori tra cui Ovidio nei “Tristia e nelle Metamorfosi”.

Caput mortuum
: 
Testa morta.

L’espressione è l’equivalente nostro del termine “scoria”. Venivano infatti definite “caput mortuum” dagli alchimisti i residui solidi risultanti dai loro esperimenti di distillazione.

Carmina non dant panem
: 
Il … … non da l’agiatezza e tanto meno la ricchezza.

Chiedo scusa per i puntini e la mancata traduzione della parola “carmina”. Il vocabolo deriva del verbo“cano” (=cantare, suonare) ma con il tempo ha assunto altri significati tra cui quello di poesia, racconto epico o cavalleresco cantato da aedi e menestrelli e non ultimo quello di responso, vaticinio, formula magica, incantesimo. Ritengo il detto vero solo per i tempi in cui è stato coniato. Non esistendo in passato il diritto di autore, al cantore, al poeta o allo scrittore oltre alla gloria ben poco altro ne veniva. La storia ci ricorda numerosi esempi di mecenatismo per cui gli artisti, pur non diventando ricchi, potevano godere, a volte, di una certa agiatezza. Tornando ai giorni nostri direi che i nostrani aedi non possono lamentarsi dei lauti compensi che i virtuosismi canori procurano loro ma neppure gli scrittori, parolieri, romanzieri soffrono la fame. Che dire poi dei tanti cartomanti, maestri di vita che affollano il variegato sottobosco dell’imbroglio forti del detto: “Vulgus vult decipi” (=il popolo vuole essere imbrogliato)?

Carpe diem
: 
Approfitta del giorno presente (Orazio, Odi, I,II.8).

Si puಠintendere in senso epicureo: Divertiamoci oggi allegramente, senza preoccuparci del domani, oppure in senso positivo: Approfittiamo delle buone occasioni che oggi ci si presentano, senza aspettare quelle future che forse non verranno. 

Carpent tua poma nepotes: 
I nipoti raccoglieranno i tuoi frutti (Virgilio, Egloghe, IX, 50
).
Si puಠintendere nel significato che altri mieteranno dove noi abbiamo seminato, ed anche nel senso meno egoistico che l\’uomo non deve lavorare solo per sè stesso, ma anche per le generazioni future.

Carpe viam, mihi crede,comes !: 
Dammi retta, mettiti in cammino con me (Orazio, Satire, libro II sat.6 , v. 93
) 
Vedi anche “dente superbo”. Il topo di città  vedendo le schifezze di cui il topo di campagna si ciba lo invita a seguirlo nella casa signorile in cui lui abitualmente vive e poichè, spiega, non possiamo sottrarci alla morte, fino a che ci è concesso, viviamo felici tra le cose piacevoli. Finalmente anche il topo campagnolo puಠgustare, sdraiato non pi๠sulla paglia ma su uno straccio di porpora, una sontuosa cena quando all’improvviso… Continua a: “haud mihi vita est opus hac, valeas”.

Damnatio: 
ad bestias
, ad metalla, ad viarum munitiones, in crucem:
Condanna a morte per mezzo delle bestie feroci nel circo, ai lavori forzati, a morte per via breve, alla costruzione di strade, alla croce.
Ai tempi in cui, “absit iniuria verbo” alle parole seguivano i fatti e le condanne venivano scrupolosamente eseguite, con l’espressione “Damnato esto ad… “(=che tu sia condannato a…) il giudice comunicava al condannato la pena da scontare. Inutile dire che con la condanna a morte nel circo o con altri mezzi spicci (decapitati, trafitti da frecce, crocifissi… ) si concludeva la vita terrena del condannato.
Quando invece si trattava di condanna ai lavori forzati da scontare nelle miniere, nella costruzione di strade o sulle galere (a proposito chissà  come si definiva quest’ultima pena in latino) , il cittadino veniva privato di ogni diritto civile. La perdita dello “status libertatis” ne comportava, inoltre, la confisca dei beni. Solamente con l’avvento dell’imperatore Giustiniano (535 d.C.) la legge venne modificata e la condanna ai lavori forzati cessಠdi comportare tale perdita.
(Modificato dall’originale in seguito a preziozi suggerimenti di Franco C.) 

Date obolum Belisario: 
Fate l’elemosina a Belisario.

Frase celebre che pur avendo sapore di leggenda come ritengono i critici viene attribuita al grande generale colpito dalla cattiva sorte. Narra una leggenda che fatto accecare dall’imperatore Giustiniano I alla stregua di mendicante chiedeva l’elemosina ai viandanti presso Porta Pinciana a Roma. A testimonianza di questo esisteva una lapide sulla quale era appunto incisa la frase:“Date obolum Belisario”.

Datur omnibus
:
Si da a tutti
.
Scritta che si legge sulla porta di qualche monastero ad indicare che la carità  di Cristo abbraccia indistintamente tutti, ricchi e poveri. Ricorda le parole di fra Galdino (I Promessi Sposi cap. III) che concludono il racconto del miracolo delle noci: “…perchè noi siamo come il mare che riceve acqua da tutte le parti e le torna a distribuire a tutti i fiumi.”

Dat veniam corvis, vexat censura columbas
: 
La censura (la critica) risparmia i corvi, e tormenta le colombe (Giovenale, Satire, II, 63).

Sentenza che viene spontaneo applicare quando si vedono perseguitati gli innocenti mentre restano impuniti i malvagi. 

Dat virtus quod forma negat:
Il valore da tutto quello che la bellezza ci nega (Bertand du Guesclin).
Bertand du Guesclin fu un condottiero francese del XIV secolo. Nato da una famiglia della piccola nobiltà  bretone, fin dall’infanzia si distinse per un fisico sgraziato, tarchiato e nerboruto, forza sorprendente e carattere estremamente ostinato ma indomito guerriero.Era il motto che ornava il suo stemma sul quale era rappresentato un rinoceronte che proprio tanto bello non è!!!

Da ubi consistam
: 
Dammi un punto di appoggio.
Abbreviazione del motto di Archimede: “Da mihi ubi consistam, et terram caelumque movebo”(=Datemi un punto di appoggio e solleverಠil mondo), alludendo alla proprietà  della leva. Si cita quando si domandano i mezzi necessari a intraprendere qualche grande impresa.

Davus sum, non Oedipus: 
Sono Davo, non Edipo
 (Terenzio, Andria, 2, 24).
“Davo”qui significa un povero schiavo ingenuo; “Edipo” invece, il re di Tebe, persona sublime ed intelligente come dimostra l’esser riuscito a risolvere l’enigma postadalla sfinge. Ci si trincera dietro questa sentenza quando si vuol addurre la propria debolezza come scusa per non assumere o compiere incarichi troppo alti o difficili.

De auditu
: 
Per sentito dire.

Espressione giuridica con la quale si indica una testimonianza resa al giudice in base alla conoscenza che il teste ha di un fatto ma solo per averne sentito parlare. Si tratta quindi di una testimonianza fatta per quanto sentito (de auditu) e non per quanto visto (de visu).

Debellare superbos
: 
Abbattere i superbi. (Virgilio, Eneide, VI, 853
).
(vedi anche “Parcere subiectis et debellare superbos”)
Verso che il poeta mette in bocca ad Anchise, il quale spiega ad Enea la futura missione del popolo Romano.

Debemur morti nos nostraque
: 
Siamo votati alla morte noi e tutte le nostre cose.
 (Orazio, Ars poetica, 63).
Il concetto è ripreso anche da Ovidio (In Liviam, 359). Tendimus huc omnes: metam properamus ad unam; Omnia sub leges mors vocat atra suas. (=Tutti tendiamo a questo fine, tutti ci affrettiamo ad un\’unica mèta; la tenebrosa morte chiama tutte le cose sotto le sue leggi).

Decet imperatorem stantem mori
:
L’ imperarore deve morire in piedi 
Espressione spesso usata in sostuituzione di quella che Svetonio mette in bocca all’imperatore Vespasiano. “Imperatorem stantem mori oportere” (=L’imperatore deve morire in piedi) (Svetonio, Vita dei XII Cesari, vita Divi Vesapasiani, p. 320).

Decipimur specie recti: 
Siamo ingannati dall’apparenza del bene.(Orazio, Ars poetica, 25).

Veramente Orazio pretende parlar solo dei poeti; ma la sua morale, in questo caso, è di applicazione universale.

De cuius (hereditate agitur)
: 
(Il defunto) di cui (stiamo trattando l’eredità )
Espressione notarile con cui viene definito il defunto all’atto della lettura del testamento.

De facto
:
Di fatto

Con questa espressione si indica una situazione “di fatto” cioè non riconosciuta dall’ordinamento giuridico, ma accettata dalle parti in causa. 

Deficit: 
Manca
 (Giovenale Satita VII v.129)
La citazione “Pedo conturbat, Matho deficit” (=Pedone va in rovina e Matone fallisce) di Giovenale, è una delle tante trovate navigando in internet. Il vocabolo non ha bisogno di spiegazione alcuna considerando che, per noi italiani da tanti anni, ci sta incollato come una maledizione. L’utilizzo risale al 1500 quando inizialmente indicava gli ammanchi di materiale negli inventari ma che con il passare degli anni ha acquistato l’attuale significato di disavanzo.

De gustibus non est disputandum:
Non bisogna discutere sui gusti

Proverbio che si fa risalire agli scolastici del Medioevo. Non si tratta di una espressione aulica, ma è certamente tanto conosciuto ed usato che non si puಠnon citare. Il fatto che ognuno abbia le proprie preferenze è ciಠche rende il mondo diverso, interessante, stimolante. Di identico significato è il nostro proverbio: “non è bello ciಠche è bello, ma ciಠche piace”!.

De iure
:
Di diritto
Tutto ciಠche si compie in forza di legge, basandoci cioè su quella che la legge ordina di fare. Ovviamente è l’opposto dell’espressione “de facto”.

De lana caprina: 
Discutere della lana delle capre. (Orazio, Epist., I, 18, 15).

Il motto ricordato da Orazio invita a non dare importanza alle cose che non ne hanno. La lana delle capre infatti è universalmente riconosciuta di natura scadente e per il poeta risulta tempo perso discuterne. La frase si riferisce a questioni di poca o nessuna importanza, ad argomentazioni capziose quando, come si usa dire, si va cercando il pelo nell\’uovo.

Ecce ancilla Dei (o Domini): 
Ecco la serva del Signore.(S. Luca, I, 38).

Sono le note parole di risposta che la Vergine diede all\’angelo dell\’ Annunciazione.
Nell\’uso comune si cita per dichiararsi sottomessi a qualsiasi ordine dei superiori.

Ecce lignum crucis, in quo salus mundi pependit
 :
Ecco il legno della croce da cui dipende la salvezza del mondo.
Espressione tratta dalla liturgia del VenerdଠSanto. Per i cristiani la morte di Cristo in croce rappresenta la pi๠grande dimostrazione di amore di un Dio verso l’umanità . Solo un Dio ha la possibilità  di donare la vita dopo la morte.

Ecce homo: 
Ecco l’uomo. (S. Giovanni, XIX, 5).

Parole pronunziate da Pilato nel presentare Ges๠Cristo, flagellato e coronato di spine, al popolo. Sono divenute anche il titolo di vari quadri raffiguranti tale soggetto. Nell\’uso corrente si ripetono per qualche persona ridotta male in arnese: Poveretto! sembra proprio un “Ecce homo”!

Ecce iterum Crispinus!
: 
Ecco di nuovo Crispino. (Giovenale, IV, 1).

Ossia, ecco di nuovo l\’importuno, il noiosissimo Crispino. La frase si adopera unicamente in cattivo senso, cioè quando si tratta di persona fastidiosa, seccante

Edamus, bibamus, gaudeamus
: 
Mangiamo, beviamo, godiamo. (Ignoto… fortunatamente)

Come proclama di vita lo ritengo molto riduttivo della dignità  umana. E’ pur vero che, come recitava Lorenzo il Magnifico, se accettiamo una visione edonistica e materialistica e pagana della notra vita, “del doman non v’è certezza” ma questo non significa che si debba ridurre l’uomo ad un semplice… tubo.

Editio princeps: 
Edizione principale 

Con queste parole si indica la prima e, si suppone, la pi๠autentica edizione di un libro o di un’opera.

Ego nolo Caesar esse
: 
Non vorrei essere Cesare (Anneo Floro).

Sono le prime parole di un epigramma che il poeta invia all’imperatore Adriano in cui esprime il suo dispiacere per le fatiche che in quel momento sta sopportando lontano da Roma: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas” (=Non desidero essere Cesare, girare tra i Britanni, nasconderti tra i Germani e patire gli inverni della Scizia.) Forse con queste parole pensava di suscitare invidia nell’imperatore , ma questi a… stretto giro di posta rispose:“Ego nolo Florus esse…”

Ego nolo Florus esse
: 
Non vorrei essere Floro ( Imperatore Adriano)
.
A Floro, in risposta ad alcuni versi che gli erano stati da lui inviati, l’imperatore Adriano cosଠrispose:“Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos” (=Non desidero essere Floro, girare tra i tuguri, nascondermi nelle osterie e patire (i morsi) di grasse pulci!). Adriano pur lontano da Roma sempre era imperatore con tutti gli agi e gli onori che questo comportava e, nel aimpatico scambio di battute sembra rimarcare tale concetto.

Ego sum alpha et omega, principium et finis
: 
Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine.(Nuovo Testam. Apocalisse, 1,8).
“Alfa e omega” sono rispettivamente la prime a l’ultima lettera dell’alfabeto greco e sono usate in senso figurato per indicare l’inizio e la fine di ogni cosa. Nell’ Apocalisse troviamo simile espressione usata dall’evangelista Giovanni per spiegare come Dio sia l’inizio e la fine di tutto. Nella iconografia tombale è piuttosto comune trovare le due lettere greche presso le due date pi๠significative del defunto:nascita e morte.
Detto segnalato da Sara.

Ego sum Pastor bonus
:
Io sono il buon pastore (Nuovo Testam., Gv. 10, 11 e 14).
Nel Vangelo di Giovanni troviamo simile espressione pronunciata da Ges๠ben due volte: “Ego sum pastor bonus; bonus pastor animam suam ponit pro ovibus” (=Io sono il buon pastore, il buon pastore offre la vita per le pecore) “Ego sum pastor bonus et cognosco meas, et cognoscunt me meae” (=Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e loro conoscono me). E’ altresଠun mottetto del musicista Waclaw z Szamotulski noto anche con il nome latino di Venceslaus Samotulinus e, con l’altro mottetto“In te Domine speravi” (=In te Signore ho sperato ) sempre dello stesso autore, vanta il primato di essere stata le prima composizione musicale polacca stampata all’estero.

Ego sum qui sum
: 
Io sono colui che sono (Antico Testam. Esodo 3, 14.)

A Mosè, che gli chiede quale definizione deve dare di Lui al popolo ebreo in attesa, Dio risponde con questa frase che sintetizza la grandezza di un essere superiore che non puಠessere nè descritto nè definito. Solamente chi è eterno puಠutilizzare il verbo “essere, esistere” al presente .
Nell’uso quotidiano viene presa a prestito per spiegare al nostro interlocutore che dobbiamo essere accettati cosଠcome siamo, con i nostri pregi e difetti.

Ego te amata capio
: 
Io prendo te mia amata.
Con queste parole il Pontefice Massimo consacrava le Vestali, sacerdotesse della dea Vesta. Da questo momento esse servivano nel tempio la dea per almeno trentanni impegnandosi a non venir meno al voto di castità  fatto, pena essere murate vive in una stanza sotterranea.

Eheu! Fugaces, Postume, Postume, labuntur anni: 
Ahimè! Caro Postumo, gli anni scorrono velocemente. (Orazio, Odi, Il, 14, 1).

Volano gli anni, o Postumo, e viene la vecchiaia e la morte contro le quali non c’è rimedio. Dovrai separarti da tutto quello che ti sta a cuore ed il tuo erede, certo pi๠saggio di te, si godrà  i vini da te gelosamente custoditi. Il concetto del tempo che inevitabilmente scorre con le conseguenze appena raccontate viene ripreso anche da Virgilio (Georgiche, Libro III, 284):“Fugit, interea, fugit inreparabile tempus”, (= Il tempo scorre irrimediabilmente) da Ovidio (Fasti, Libro VI, 771): “Tempora labuntur, tacitisque senescimus annis et fugiunt freno non remorante dies” (= Il tempo passa ed invecchiamo senza accorgercene e i giorni fuggono senza che alcun freno li rallenti), da Dante (Purgatorio, Libro IV, 9): “Vassene il tempo e l’uom non se ne avvede” per terminare con una anonima scritta su meridiane che ribadisce analogo concetto: “Ruit hora” (= l\’ora precipita).

Eiusdem furfuris
: 
Della medesima crusca

Epiteto che si dà , sempre in cattivo senso, a due soci che si rassomigliano perfettamente per vizi, malvagità  e difetti. Si usa anche l\’espressione “eiusdem farinae”, (=della stessa farina).

Emitur sola virtute potestas
:
Il potere si compra solo con il valore (Claudio Claudiano, De tertio consulatu Honorii, 188).
Claudiano nacque ad Alessandria d’Egitto (circa 370 d.C.) e attorno al 395 si trasferଠa Roma. Fu alla corte di Onorio di cui nel 404 ne recitಠil panegirico per il consolato.

Emunctae naris: 
Di naso fine (di buon fiuto)
. (Orazio, Satire, I, 4, 8).
Dicesi di uomo che ha, come si suol dire, ” un buon naso”, cioè intelligenza acuta e pronta, intuizione rapida e sicura, che sa prevedere gli avvenimenti.

Ense et aratro
: 
Con la spada e l’aratro.

“E’ l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende” cosଠdeclamava la propaganda fascista per bocca di Benito Mussolini: mi auguro che mai pi๠nessuno possa sentire parole simili. 

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem:
Gli elementi non sono da moltipicare oltre il necessario
Ogni soluzione pi๠semplice è sempre la migliore e ha maggiori possibilità  di essere corretta. Tale principio, alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma pi๠semplice suggerisce l’inutilità  di formulare pi๠assunzioni di quante strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno.

Epicuri de grege porcum: 
Porco del gregge di Epicuro (Orazio, Epist. I, 4, 10).

Parrebbe impossibile che il gaudente Orazio arrivi a darsi questo… eufemismo! Ma si resta dubbiosi se egli abbia inteso proprio dare del porco a sè stesso, o trattare come tali i suoi egregi commensali epicurei.
La frase è rimasta, in senso tutt\’altro che benevolo, per indicare gli uomini avidi solo dei piaceri dei sensi.

E pluribus unum
:
Da tanti uno (attribuito a P. Virgilio Marone). 
Equivale al nostro proverbio: l’unione fa la forza. Come motto è universalmente noto per essere stampato sul dollaro americano e precisamente sul nastro che l’aquila tiene nel becco. Il primo utilizzo che la neonata nazione americana fece di questa espressione latina fu nel 1776 quando la scelse come motto da apporre allo stemma della prima confederazione dei tredici stati indipendenti che concorsero a formare il primo nucleo degli Stati Uniti d’America e tutt’ora ricordati, nella bandiera statunitense, dalle tredici strisce bianche e rosse.

Equus Seianus:
Cavallo di Seio(Gellio, Noctes Atticae, 3 – 9). 
Modo di dire applicato a chi era perseguitato dalla sfortuna. Sembra si trattasse di un bellissimo cavallo che portava disgrazia a chiunque ne diventasse lo sfortunato possessore. Gneo Seio infatti, primo proprietario, venne condannato a morte da Marco Antonio. Quest’ultimo, entrato in possesso dell’animale, dopo che dello stesso ne furono proprietari sia il console Cornelio Dolabella che Caio Cassio, pure essi colpiti da morte violenta, ebbe la sorte che tutti conosciamo.

Faber est suae quisque fortunae: 
Ciascuno si forgia il proprio destino (Pseudo Sallustio, Epistulae ad Caesarem Senem de re publica Ep. I,I,2).
I critici moderni sono propensi ad assegnare la paternità  delle “Epistulae ad Caesarem senem de re pubblica”, e della “Invectiva in Ciceronem”, non al grande storico Sallustio ma a qualcuno di epoca posteriore, a cui viene dato il nome di “Pseudo Sallustio”. Viene attribuita al console Appio Claudio Cieco “res docuit verum esse, quod in carminibus Appius ait, fabrum esse suae quemque fortunae”(=La realtà  ha insegnato che risponde al vero ciಠche nei suoi carmi dice Appio, che ciascuno è l’artefice del proprio destino). L’espressione, molto cara all’Umanesimo, al Rinascimento e all’Illuminismo viene spesso usata per spronare l’interlocutore a non essere succubo del destino ma di piegarlo al proprio volere con ogni messo disponibile. E’ possibile anche trovare espresso lo stesso concetto con “homo faber fortunae suae” (=L’uomo è artefice del suo destino), come segnalato da Beppe S.

Faciamus experimentum in corpore vili
: 
Facciamo un esperimento in un corpo vile.
 Motto attribuito generalmente ai medici che, secondo l\’opinione popolare, facevano le loro esperienze sui corpi di persone di poco valore. Il motto si riporta spesso citando solo le ultime parole: In corpore vili

Facilis descensus Averni
: 
E’ facile discendere al Tartaro.
 (Virgilio, Eneide, VI, 126).
Si cita intendendo che è cosa facile imbarcarsi in qualche affare imbrogliato, ma che è difficile uscirne, spesso infatti a parole tutto sembra facile, ma le difficoltà  vengono dopo quando cioè, come scriveva Dante, occorre uscire a riveder le stelle. In altre parole se la discesa è facile, è la salita difficile come dice anche il noto proverbio italiano: Nella discesa, tutti i Santi aiutano.

Facit indignatio versum: 
Lo sdegno ispira i versi.
 (Giovenale, Satire, I, 79).
Ne abbiamo esempi nei nostri migliori poeti: Carducci, Foscolo, ecc.ma specialmente in Dante quando si sdegna contro le ingiustizie dei suoi concittadini e le avversità  della sua sorte di esiliato.

Factotum
: 
Fai tutto

E, a dirtela, …. senza vantarmi: lui il capitale, e io quella poca abilità . Sono il primo lavorante, sai? e poi, a dirtela, sono il factotum. Cosଠdice Bortolo a Renzo quando gli si presenta nel filatoio dopo i “fatti di Milano”. ( I Promessi Sposi cap. XVII ). La parola deriva dall’unione di fac (= fai) e totum (=tutto) Normalmente il termine si usa per indicare quanti vorrebbero fare ogni cosa per mettersi in vista pur non avendone, a volte, le capacità .

Fallacia alia aliam trudit: 
Un inganno tira l’altro (Terenzio)
.
Sembra di rileggere la storia della Monaca di Monza come viene presentata dal Manzoni. Ogni sà¬, pronunciato da Gertrude, altro non era che la conseguenza di quanti era stata costretta già  a dire fino al momento della professione religiosa , “al momento in cui si conveniva o dire un no pi๠strano, pi๠inaspettato, pi๠scandaloso che mai, o ripetere un sଠtante volte detto; lo ripetè e fu monaca per sempre” (I Promessi Sposi cap. X).

Fama crescit eundo: 
La fama, andando, diventa pi๠grande
.
Ricorda l’immagine di una valanga la cui forza aumenta durante il percorso. Anche la fama acquista sempre maggior forza via via che si propaga. 

Fama volat: 
La fama vola. (Virgilio, Eneide, III, 121).

E’ noto l’espediente usato da Don Abbondio per diffondere qualche notizia senza sembrare di esserne l’autore: raccontarla a Perpetua raccomandandole la massima segretezza.

Favete linguis
:
Favorite con le lingue. (Fate silenzio!!!) (Orazio, Odi, III, 1, 2).
Durante le cerimonie religiose era assolutamente proibito parlare e gli astanti dovevano partecipare alla cerimonia in religioso silenzio per non allontanare il favore degli dei. All’inizio quindi di ogni sacrificio ne veniva fatta la richiesta con questa formula di rito da uno dei littori curiazi. Per evitare inoltre di essere disturbato durante la cerimonia anche il sacerdote mentre compiva il rito copriva il capo con un velo rosso . àˆ, nell\’uso corrente, un modo per domandare ad un\’assemblea un silenzio… quasi religioso.

Feci quod potui, faciant meliora potentes
: 
Ho fatto tutto quello che ho potuto, facciano cose migliori coloro che le possono fare. (Anton Cechov “Le tre sorelle”)

Meno usata la versione “Feci quam potui, faciant meliora potentes” dove l’avverbio “quam” interpretato“come meglio ho potuto” indica quasi un atteggiamento di modestia rapportato al “quod”, “tutto quello che ho potuto”. La frase viene pronunciata da Kulygin nell’atto di regalare alla sorella Irina, nel giorno del suo onomastico, un libretto da lui scritto: Desidero offrirti, come regalo, questo piccolo libro. Si tratta della storia della nostra scuola negli ultimi 50 anni scritta da me. …In questo libretto troverai la lista di coloro che hanno finito il corso nel nostro ginnasio durante questi 50 anni. “Feci quod potui, faciant meliora potentes.” conclude quasi scusandosi mentre consegna il libro alla sorella. Scritto in russo sarebbe:” V etoi knige ti naidesh spisok vseh konchivshih kurs v nashey gimbazii za poslednie pyatdesyat let. Feci quod potui, faciant meliora potentes”.
Detto segnalato da Sara.
 

Felix qui potuit rerum cognoscere causas: 
Felice colui che ha potuto penetrare nell\’essenza delle cose. (Virgilio, Georgiche, lI, 489
).
Virgilio chiama beato chi sa elevarsi oltre la mentalità  ed i pregiudizi del volgo, spaziando in un\’atmosfera superiore. La vera sapienza viene infatti definita: “cognitio rei per causas” (Conoscenza della cosa attraverso le cause)

Fervet opus
: 
Ferve il lavoro.
 (Virgilio, Georgiche, IV, 169).
Il Poeta adopera la frase per illustrare la laboriosità  delle api, e altrove (Eneide, I, 436) per i lavori della costruzione di Cartagine.

Fert
:
Sopporta, Porta.
Si tratta del motto di Casa Savoia ma, nonostante gli sforzi fatti dagli storici e i tanti tentativi di spiegarne il significato, non esistono documenti certi sulla sua origine. Sembra che nell’aprile 1364 Amedeo VI di Savoia, pi๠noto come il Conte Verde, in occasione di un torneo tenuto a Chambery facesse preparare da un orefice quindici collari per sè e per i cavalieri della sua squadra riportanti la scritta “Fert”e tre lacci intrecciati. La scritta esortava i Cavalieri a “sopportare”, in onore della propria dama, le prove cui erano sottoposti mentre i lacci ricordavano l’indissolubilità  del vincolo amoroso. 

Festina lente: 
Affrettati lentamente

Il Motto puಠsembrare un paradosso, ma nasconde una verità  assodata: chi vuole arrivare ad una meta non deve agire precipitosamente, ma con prudenza e ponderazione.

Fiat
: 
Sia fatto
!
Non si tratta ovviamente… dell’acronimo di una nota casa automobilistica. L’allegorico e poetico racconto della creazione fatto dalla Bibbia nel libro della Genesi mostra la grandezza di Dio che, con una semplice parola, dà  inizio al suo progetto di creazione del mondo: un “fiat lux” e ” fiat firmamentum” cancellano le tenebre del caos iniziale e creano l’universo nella sua immensità . Anche noi… nel nostro piccolo usiamo simile espressione, per cose certo meno importanti ma realizzate a tempo di record.

Fiat lux
: 
Sia fatta la luce. (Genesi, I, 3). 

Frase biblica, pronunciata dal Creatore dell\’Universo quando creಠla luce. La si usa per invocare maggiori chiarimenti in questioni controverse, oscure, dibattute… 

Fiat voluntas tua: 
Sia fatta la tua volontà . ( Nuovo Testamento Mt 5,10).

àˆ una delle richieste del “Pater noster”. Si usa ogni volta che, pur non concordando con quanto il nostro interlocutore, “obtorto collo” ma “pro bono pacis” accettiamo quanto ci va proponendo oppure, ed è peggio, quando ci troviamo nella situazione di trangugiare un boccone amaro

Fidus Achates
:
Fido Acate
 (Virgilio, Eneide, VI, 158).
Era uno dei pi๠fidati amici di Enea: l\’altler ego dell\’eroe troiano. La frase è usata per indicare un amico indivisibile. 

Filii, relinquo vos liberos utroque homine:
Figli vi lascio liberi dall’una e dall’altra autorità  (cioè imperatore e papa). 
Frase significativa sul piano storico, messa in bocca a san Marino al momento della morte. Compare sul libro che il santo, che diede il nome alla repubblica sul monte Titano, tiene in mano, nella raffigurazione del Retrosi. L’immagine troneggia nella Sala del Consiglio Grande e Generale che è il parlamento dello Stato di San Marino.

Genus irritabile vatum: 
La stirpe dei poeti è irritabile.(Orazio, Epist.. Il, 2, 102
).
Forse Orazio parlava per propria esperienza, quando chiamava i suoi colleghi poeti.”stirpe nevrastenica. Basta una inezia, infatti, per urtare la suscettibilità  dei letterati.

Gladiator in arena consilium capit
:
Il gladiatore decide le sue mosse nell’arena (Seneca, Epistulae Morales Ad Lucilium – Libro III, XXII, 1).
Il detto viene citato da Seneca come un proverbio in uso a Roma ai suoi tempi: “Vetus proverbium est gladiatorem in arena capere consilium: aliquid adversarii vultus, aliquid manus mota, aliquid ipsa inclinatio corporis intuentem monet. (=Dice un vecchio proverbio che il gladiatore decide le sue mosse nell’arena: gliele suggeriscono il volto dell’avversario, i movimenti delle mani, l’inclinazione stessa del corpo, che egli studia attentamente.) Inutile fasciarsi la testa prima di esserla rotta.

Gloria in excelsis Deo:
Gloria a Dio nel pi๠alto dei cieli. ( Vangelo, S. Luca, Il, 14).

Saluto degli angeli ai pastori, alla nascita del Redentore, e inno nella liturgia della Messa.

Gloria victis!
: 
Gloria ai vinti.

Al vinto si deve gloria se ha combattuto per una causa giusta. àˆ l’opposto del famoso “Vae victis!” che si vuole pronunciato da Brenno contro i Romani che protestavano per le frodi usate nel pesare l\’oro da essi versato per il riscatto.

Graecia capta ferum victorem cepit
: 
La Grecia conquistata (dai Romani), conquistಠil feroce vincitore. (Orazio, Epist.. Il, 1, 156
)
Roma conquistಠla Grecia con le armi, ma questa con le sue lettere ed arti riuscଠad incivilire il feroce conquistatore, rozzo e incolto. Si cita per esaltare la potenza ed efficacia delle belle lettere o degli studi nella civilizzazione dei popoli.

Grammatici certant, et adhuc sub iudice lis est
: 
I Grammatici discutono, e la contesa non è ancora finita. (Orazio, Ars poetica,78)
Allusione alle interminabili controversie grammaticali, sempre all’ordine del giorno, e che spesso si scopre essere questioni di lana caprina.

Grande mortalis aevi spatium
: 
Grande spazio della vita mortale. (Tacito, Agric., III).

Il tempo della vita umana è brevissimo ma se si considera questo periodo in rapporto ai frutti, alle conseguenze durature che ne possono derivare, si puಠgiustamente, in qualche caso, chiamarlo lungo e grande

Gratis et amore (Dei): 
Gratuitamente e per amore (di Dio).

Locuzione usata nel linguaggio familiare, quando si dà  o si riceve qualche cosa senza che l\’acquirente sia legato da alcuna obbligazione verso il donatore. Si trova riportata al cap. XIV dei Promessi Sposi, detto da Renzo mentre mostrava un pane raccattato da terra dopo il saccheggio dei forni.

Grosso modo
:
Approssimativamente, ad occhio e croce (Ignoto).
Riporto questa espressione di uso quotidiano anche se, inizialmente, ho avuto qualche perplessità  sull’esistenza del vocabolo “grossus” e, di conseguenza, sull’utilizzo che dello stesso ne viene fatto. L’aggettivo “grossus” non risulta nè nel Georges-Calonghi nè nel Campanini-Carboni stampati, il primo nel 1938 ed il secondo, “grosso modo”, nello stesso periodo mentre viene riportato, come voce di tardo latino, sia nelle recenti edizioni del Castiglioni-Mariotti che del già  citato Campanini-Carboni.
Non si tratta certo di latino aulico ma pur sempre di latino si tratta e come tale merita di essere ricordato. La ricerca fatta, inoltre, mi ha permesso di conoscere l’esistenza di un “latinus grossus” nato attorno all’anno 1000 che puಠessere considerato il precursore del latino maccheronico fiorito nel tardo ‘400 e di cui il pi๠noto esponente è Teofilo Folengo (1491-1544).
Questo “latinus grossus” era una sorta di lingua che ai vocaboli aulici del latino, sempre pi๠prerogativa delle sole persone istruite, mescolava termini di uso comune e comprensibili dal popolo privo di istruzione. 
Detto segnalato da Cristina

Gutta cavat lapidem: 
La goccia scava la pietra.
 (Ovidio, Ex Ponto, III, 10)
La frase ben si adatta a rompiscatole petulanti. Vale come esortazione pedagogica per ricordare che con una ferrea volontà  si possono conseguire obbiettivi altrimenti impossibili. La frase completa è:“Gutta cavat lapidem, consumitur annulus usu”. (La goccia scava la pietra; l\’anello si consuma con l\’uso).

Habeas corpus: 
Ci sia il corpo, ci sia documentato motivo 
(Dall’Abeas corpus Act)
Nel diritto inglese è l’ordine con cui il magistrato, per tutelare dagli arresti illegali, ordina a chi detiene un prigioniero di dichiarare quando e perchè lo ha arrestato: prende nome dalle parole iniziali dell’attoHabeas corpus ad suspiciendum.

Habemus confitentem reum: 
Abbiamo il reo confesso. (Cicerone Pro Ligario,I,2).

La confessione dell’imputato ha un valore decisivo riguardo al verdetto del giudice. Nulla puಠessere pi๠allettante per un pubblico ministero quanto un un reo confesso. Ricorda l’atteggiamento del notaio al Cap. XV de “I Promessi Sposi” che sottovalutando Renzo sperava di poterlo portare in prigione facendo confessare cosà¬Â “extra formam” tutte le supposte malefatte. Talora invece si adduce come attenuante per il colpevole che ha confessato.

Habemus Pontificem
:
Abbiamo il Pontefice.

Parole con le quali viene annunziata al popolo, dalla Loggia del Vaticano, l\’elezione del nuovo Papa.

Habent insidias hominis blanditiae mali
: 
Le carezze dell’uomo malvagio nascondono insidie. (Fedro, Favole, Libro I, 19,1).

Si puಠriassumere anche nel proverbio: “Chi t\’accarezza pi๠di quel che suole, o ti ha ingannato o ingannar ti vuole”.

Habent sua fata libelli
: 
Anche i libri hanno il loro destino. (Terenziano Mauro, De Literis, 258).

Alcuni libri, come gli uomini, nascono morti; altri incominciano a morire dal giorno della nascita; pochi, infine, hanno in sorte dal Fato una vita prospera e duratura.

Habitat
: 
Egli abita

Si usa per indicare il complesso di fattori che caratterizzano l’ambiente in cui un a specie animale o vegetale trova le condizioni ideali per vivere.

Habitus
:
L’abito
Si usa normalmente tale espressione per indicare una abitudine quasi fosse un abito che si porta addosso. L’habitus è la nostra seconda natura. 

Haec mutatio dexterae Excelsi: 
Questa conversione è opera della mano di Dio
 (Antico Testam. Salmo 76, v.11).
Il versetto completo “Et dixi: \” Hoc vulnus meum: mutatio dexterae Excelsi Â (=E ho detto: “Questo è il mio tormento: è mutata la destra dell`Altissimo”) esprime la pena del salmista nel vedere come sia cambiata la condotta di Dio nei suoi confronti vedendosi, ora, abbandonato da lui. L’espressione si usa per indicare ogni cambiamento sia in meglio che in peggio, quando non se ne conoscono le cause.
Il Manzoni al cap. XXIII de “I Promessi Sposi” la mette sulle labbra del cappellano crocifero del Card. Borromeo, annunciando la conversione dell’ Innominato. -Lui, con la bocca tuttavia aperta, col viso ancor tutto dipinto di quell’estasi, alzando le mani, e movendole per aria, disse:”signori! signori! haec mutatio dexterae Excelsi”. E stette un momento senza dir altro-.

Haeret lateri lethalis arundo
: 
Il dardo mortale resta attaccato al suo fianco
. (Virgilio Eneide, libro IV, v. 73)
Paragona Didone, che cerca di combattere la sua passione per Enea, ad una cerva ferita da una freccia che inutilmente cerca di sfuggire al cacciatore . Eccovi la traduzione di Annibal Caro: qual ne’ boschi di Creta incauta cerva d’insidà¯oso arcier fugge lo strale che l’ha già  colta; e seco, ovunque vada, lo porta al fianco infisso. Inutile dire che ben si addice agli innamorati quando la ragione viene sopraffatta dal sentimento. 

Hannibal ad portas!:
Annibale è alle nostre porte. (Cicerone, De finibus, IV, 9. e Tito Livio, XXIII, 16).

àˆ il disperato grido dei Romani dopo la battaglia di Canne, quando s\’ aspettavano di vedere il grande nemico alle porte della Città  Eterna. Si usa ripetere in occasione d\’ un grande pericolo imminente, o all\’arrivo di qualche grande personaggio che ha intenzioni poco favorevoli.

Haud mihi vita est opus hac, valeas
: 
Stammi bene, questa non è la vita che fa per me (Orazio, Satire, libro II sat.6 , v. 115)
.
Vedi anche “Carpe viam, mihi crede,comes !“. Nel bel mezzo delle gozzoviglie i due topi, quello di città  e quello di campagna, vengono spaventati dai latrati dei molossi e, con il cuore in gola impauriti e tremanti fuggono per paura di essere uccisi. E’ a questo punto che il topo di campagna, andandosene, saluta l’amico che resta in città  con la frase soprariportata aggiungendo che la sicurezza della sua tana nel bosco è buona ricompensa del suo umile cibo. 

Heu fuge, nate dea , teque his – ait – eripe flammis: 
Fuggi , nato da dea – disse – e salva te e i tuoi dalle fiamme (Virgilio Eneide libro II v 289-290). 

Parole che lo spirito di Ettore rivolge ad Enea dormiente invitandolo a svegliarsi e fuggire da Troia in fiamme salvando sè stesso i suoi cari ed i Penati.

Heus ! Etiam mensas consumimus: 
Accidenti! Stiamo mangiando anche le mense (Virgilio Eneide Libro VII v. 116). 
Secondo una profezia Anchise i Troiani avrebbero finalmente trovato la terra a loro assegnata dagli dei il giorno che per sfamarsi sarebbero stati costretti a divorare anche le mense. Enea ed i suoi compagni finalmente approdati alle rive del Tevere, stanchi ed affamati pongono su sottili focacce il poco cibo rimasto. Il poco cibo e l’appetito gagliardo fanno si che mangino anche le focacce facendo esclamare a Iulo “Heus ! Etiam mensas consumimus”, al che Enea capisce di essere finalmente arrivato.

Iam proximus ardet Ucalegon: 
Brucia già  il vicino palazzo di Ucalegonte. (Virgilio, Eneide, Il, 311).

àˆ il grido di Enea quando, svegliandosi di soprassalto, vede Troia in un mare di fuoco e le fiamme già  vicine alla sua casa. La frase viene a proposito quando si parla d\’un pericolo grave, imminente.

Iam victi vicimus
: 
Già  sconfitti, vinciamo! (Plauto – Casina).

Finale di Champions League Milan Liverpool ad Istanbul 25 maggio 2005. Primo tempo , il Milan vince 3 a 0. Secondo tempo il Milan pareggia 3 a 3. Ai rigori il Liverpool si aggiudica la finale: chissà  se i giocatori avranno esclamato: “Iam victi vicimus” 

Ibi deficit orbis: 
Qui termina il mondo.

Per gli antichi il mondo finiva con le “Colonne d’Ercole” nome dato dagli antichi greci ai due promontori che delimitano lo stretto di Gibilterra. Secondo la leggenda erano due colonne che Ercole stesso, in ricordo delle sue imprese, aveva eretto d’ambo le parti dello Stretto, a Ceuta e, sull’opposta sponda, nei pressi di Gibilterra per indicare il limite invalicabile delle terre allora conosciute. 

Ibidem:
Nello stesso posto. 
Si usa nelle citazioni bibliografiche per non ripetere un riferimento già  fatto.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Ibis redibis numquam peribis: 
Andrai tornerai non morirai
.
Oscuro responso della Sibilla citato in tutte le scuole. In funzione infatti di dove si pone la virgola il senso cambia da:”andrai, tornerai, non morirai” in: “andrai, non tornerai, morirai”. Come i nostri attuali politici la Sibilla poteva dimostrare di avere sempre raccontato la verità  o comunque di essere stata fraintesa.
Il famoso detto “per un punto Martin perse la cappa” prende origine da un errore di punteggiatura e verrà  spiegato al detto: Porta, patens esto, nulli claudaris honesto! Ricordiamo che, come segnalatoci, relativamente a questo detto esiste anche la versione: “Ibis redibis non morieris in bello”. In funzione della virgola possiamo tradurre “andrai, tornerai, non morirai in guerra” oppure “andrai, non tornerai, morirai in guerra”.
Segnalazione fatta da Massimo S.

I, decus, i, nostrum: melioribus utere fatis: 
Va nostro orgoglio, va: avvalendoti dei migliori destini (Virgilio Eneide Libro VI v 546)

Sono le parole che Deifobo, figlio di Priamo, rivolge ad Enea incontrandolo nell’Ade. Nessun popolo come i romani ha saputo essere grande soprattutto nelle sconfitte. Basta ricordare gli oltre trecentomila soldati caduti e le centinaia di cittadine distrutte durante le due guerre puniche. Nonostante tutto questo, quasi fossero veramente consci del compito loro affidato, hanno lasciato nella storia un’impronta incancellabile.

Ignorantia legis non excusat: 
La non conoscenza della legge non scusa.
Quando gli antichi romani coniarono questo detto certamente non pensavano che la “Patria del Diritto” sarebbe diventata la… “Patria del… pastrocchio” con una infinità  di leggi, leggine, modifiche, rettifiche, aggiornamenti, spiegazioni, precisazioni in una giungla impossibile da ricordare e tale da farci rimpiangere le “tante grida” di manzoniana memoria. 

Ignoti nulla cupido: 
Non si desidera ciಠche non si conosce.
 (Ovidio, Ars amatoria, III, 397).
In altre parole: non si desiderano che le cose che hanno fatto impressione sui nostri sensi. E’ il principio su cui si basa il consumismo.

Ignoto militi
: 
Al soldato sconosciuto.

àˆ la nota epigrafe incisa sulla tomba del Milite ignoto, simbolo dei 650.000 caduti italiani nella prima guerra mondiale. La salma di un combattente sconosciuto, nel novembre del 1921, fu trasportata da Aquileja a Roma e tumulata nel monumento a Vittorio Emanuele Il, sotto l\’ Altare della Patria. L’incarico della scelta l’ebbe una madre, la triestina Maria Bergamas, il cui figlio Antonio disertando dall’esercito austriaco si arruolಠvolontario fra le truppe italiane e morଠin combattimento senza che il suo corpo potesse essere identificato.

Iliacos intra muros peccatur et extra
: 
Si pecca sia entro le mura di Troia che fuori di esse.
 (Orazio, Epist., I, 2).
Cioè si pecca da tutti, e in tutti i luoghi, perchè tutti siamo impastati con la creta di Adamo. Per questo Ovidio con una punta d\’ironia afferma che se Giove dovesse scagliare i suoi fulmini ogni volta che uno pecca, presto ne rimarrebbe privo.

Illic stetimus et flevimus, cum recordaremur Sion
: 
Là  ci sedemmo e piangemmo ricordando Sion. 
(A.Test. Salmo 136 v.1)
E’ il lamento dell’esule che ricorda la patria lontana. Il versetto tratto dal salmo che inizia “Super flumina Babylonis hic stetimus et flevimus… “ rappresenta un momento di intenso lirismo della poesia ebraica tale da ispirare musicisti quali Pier Luigi da Palestrina e Giuseppe Verdi. Sulle note di “Va pensiero”, che segnano un momento epico di intensa commozione Giuseppe Verdi presenterà  il dramma di questo popolo come tragedia corale di scontro tra popoli e classi sociali. 

Illis revertor hostis qui me laeserunt:
Sono nemica solo di coloro che mi hanno recato offesa (Fedro)
Vedi anche “Solet a despectis par referri gratia”. Si tratta della conclusione della favola: “La Pantera e i pastori”. Caduta in una fossa ed impossibilitata a difendersi da alcuni contadini viene colpita con pietre e da altri rifocillata. Messasi in salvo durante la notte, nei giorni seguenti uccide i suoi lapidatori risparmiando invece quanti avevano avuto compassione, dicendo loro :“Memini qui me saxo petierit, qui panem dederit: vos timere absistite; illis revertor hostis, qui me laeserunt”. (=Riconosco chi mi ha preso a sassate e chi mi ha rifocillato: voi non abbiate timore, sono nemica solo di coloro che mi hanno recato offesa). 

Immodica ira gignit insaniam: 
Un’ira esagerata genera pazzia (Seneca Epistulae Morales ad Lucilium Libro II, XVIII, v. 14).

La stessa espressione la troviamo in Fedro come morale della favola di Esopo “il cavallo ed il cinghiale”. Il cavallo, a cui un cinghiale aveva intorbidito l’acqua dello stagno, irato chiede aiuto all’uomo per vendicare l’offesa. Lo prende in groppa e lo porta allo stagno dove questi, con una freccia, uccide il cinghiale. Tornando verso casa l’uomo scopre quanto possa tornargli utile il cavallo, gli mette sella e briglie e lo assoggetta ai suoi voleri. Sconsolato l’animale esclama: “volevo solo una piccola vendetta, ma l’uomo non solo si è impadronito del cinghiale ma anche della mia vita…” e Fedro conclude:” Fabula Aesopus iracundos monet: immodica ira insaniam gignit, insania saepe exitii est causa.”(=Esopo con questa favola da questo ammonimento:un’ira esagerata porta alla pazzia e la pazzia è spesso causa di morte). Da uomo della strada posso suggerire che, a corollario di questo detto, non è sensato evirarsi per ripagare la moglie di un tradimento.

Immota manet:
Non risulta facile dare un’interpretazione a questo motto che campeggia sullo stemma della città  dell’Aquila da almeno 6 secoli soprattutto se lo si considera alla luce del trigramma “PHS” a cui ancor oggi si tenta dare una spiegazione. Cosa vogliono dire? Il motto \”Immota manet Â di per sè significa \”Resta ferma, ben salda  ed alla luce dei tanti terremoti (1315 – 1349 – 1456- 1461 – 1498 – 1646 – 1702 – 1703 – 1796 – 1813 – 1958 – 2009) che hanno colpito e spesso distrutta questa città  potrebbe intendersi il desiderio e la capacità  dei suoi abitanti di risorgere dalla distruzione e dalle macerie, ma il “PHS” resta comunque un vero mistero. 
In mancanza di argomenti validi per sostenere una versione a scapito delle altre mi limito ad elencare le varie interpretazioni lasciando ad ognuno libertà  di scelta. 
“Immota Pubblica Hic Salus manet”
 o anche nella versione “Immota Pubblica His Salus manet”: Resta salda a difesa del pubblico interesse. 
Altri considerano il trigramma un errore di trascrizione del noto IHS “Iesus Hominum Salvator” (=Ges๠Salvatore degli Uomini) di san Bernardino da Siena riportato sullo stemma per onorare il santo che in questa città  morଠnel maggio del 1440 e pertanto l’interpretazione sarebbe “Immota Per Hoc Signum manet” :Resta salda grazie a questo segno.
(Detto segnalato da Franco C.)

Impavidum ferient ruinae: 
Invano lo colpiranno le rovine. (Orazio, Odi, III, 3, 8).

Il poeta parla dell\’uomo di carattere, retto e tutto d\’un pezzo, che, anche se le rovine del mondo intero gli cadessero addosso, rimarrebbe impavido e stretto al suo dovere, alle sue opinioni.

Impedit ira animum ne possit cernere verum
:
L’ira annebbia la mente im modo di non farle pi๠discernere la verità  (Albertanus Brixiensis, Liber de doctrina dicenfi et tacendi pag. 4).
Albertano da Brescia (… – Brescia 1270) giudice a Brescia, ambasciatore della città  presso la Lega Lombarda e consigliere del Podestà  di Genova (1243) attribuisce il detto al Siracide ma nonostante le ricerche e riletture non ne ho trovato traccia. 

lmperium in imperio: 
Uno Stato nello Stato
.
Locuzione antica per significare qualche ceto o classe di cittadini esenti dalle leggi di uno Stato nel quale si trovano.

Labor omnia vincit improbus: 
Una fatica tenace supera ogni difficoltà .
 (Virgilio, Georgiche, I, 144).
Bella sentenza illustrata da innumerevoli scrittori e poeti.

Lacrima Christi
: 
Lacrima di Cristo
.
Narra una leggenda che dalle lacrime di Cristo spuntassero tralci che producevano grappoli di uva di inimitabile dolcezza e profumo, e il vino che se ne ottenne venne chiamato “Lacrima Christi “. 

Lapsus calami: 
Errore dovuto alla penna. 

Ossia commesso dallo scrivente per distrazione o per fretta quando si scrive”Currenti calamo”

Lapsus linguae
: 
Errore di lingua.

Facile nelle persone distratte. Si tratta sempre di parole pronunciate senza intenzione, che talvolta, tuttavia, possono aver tristi conseguenze, perchè, come dice il Metastasio: “Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale; non si trattien lo strale quando dall\’arco uscଔ.

Latet anguis in herba
: 
Nell’erba sta nascosta una serpe. 
(Virgilio, Egloghe, III, 93).
àˆ frase comune per richiamar l\’attenzione del prossimo contro qualche pericolo nascosto.

Latos vastant cultoribus agros
: 
Gli immensi campi sono privati dei coltivatori (Virgilio Eneide libro VIII v. 8). 

Le guerre lasciano al loro passaggio desolazione e morte. Sottrae ai campi le energie dei giovani chiamati alle armi che difficilmente ritornano al loro podere: ricordiamo le centinaia di migliaia di morti delle guerre puniche parlando dei romani, e i milioni di ragazzi morti nella prima e seconda guerra mondiale in tempi troppo recenti. Tornando ai soldati romani quando la fortuna gli consentiva di tornare, dopo anni di campagne militari vivi al paesello, scoprivano che boscaglia, rovi e gramigna ne erano i nuovi padroni.

Laudabiliter se subiecit et opus reprobavit:
Si sottomise in modo lodevole e ripudiಠl’opera.
Per comprendere questa espressione occorre risalire a papa Paolo IV che nel lontano 1559 pubblicಠil primo “Index librorum prohibitorum” (=elenco dei libri proibiti). Negli anni a venire varie furono le riedizioni di questo lungo elenco di opere proibite dalla Chiesa Cattolica che per aggiornarlo aveva pure istituita la “Congregazione dell’indice”. Tornando alla nostra espressione latina altro non era che la formula di rito che indicava la sottomissione dell’autore condannato all’“Indice” all’autorità  della Chiesa Cattolica. Dopo quattro secoli di storia venne definitivamente abolito nel 1966, con il “Concilio Vaticano II , da papa Paolo VI.

Laudatis utiliora, quae contempseris, saepe inveniri… asserit narratio:
La favola insegna che spesso si scopre esser pi๠utili le cose da noi disprezzate che quelle apprezzate(Fedro, Favole, Libro I, 12,1).

Un cervo specchiandosi alla fonte, ammirava le proprie corna ramose disprezzando invece le gambe perchè troppo magre, nel fuggire poi dai cani si accorse dell\’utilità  di queste ultime e, quando trattenuto dalle corna impigliate nei rami, finଠmiseramente, constatಠa sue spese la veridicità  di questa frase

Laudato ingentia rura, exiguum colito
:
Loda i campi grandi, ma coltivane uno piccolo (Catone Libri ad Marcum framm. 9- Virgilio, Georgiche, Libro II, v.412-13). 
Marco Porcio Catone viene ricordato soprattutto per l’avversione per Cartagine, per il suo accanito antifemminismo, per essere morto a 85 anni, età  per quei tempi da Guinnes dei primati e, non ultimo, per essersi inimicata quasi tutta la Roma che contava. Figlio di contadini, sembra il suo nome derivi dall’attività  di allevatori dei genitori e sempre considerಠl’agricoltura attività  da preferire al commercio. La frase rivolta al figlio è un invito non a cercare di possedere tanti terreni, quanto piuttosto a coltivare con intelligenza ed in modo intensivo il poco che si possiede.

Laudator temporis acti: 
Nostalgico del tempo passato
 (Orazio, Arte poet., 173).
Il poeta scrisse la frase parlando dei vecchi che, non potendo far retrocedere gli anni passati, vi ritornano volentieri con la memoria.

Macte animo!: 
Coraggio!.

L’espressione, usata spesso anche da Voltaire, è un invito a superare ogni difficoltà  senza farci abbattere. Si ritiene derivata dall’Eneide (Libro IX, 641) dove Virgilio scrive “Macte nova virtute, puer, sic itur ad astra” (Coraggio, fanciullo, è cosଠche si arriva alla gloria). Si tratta della lode e dell’esaltazione che Apollo fa della Gens Iulia attraverso Iulo, figlio di Enea, che nello scontro con i Rutuli ha appena ucciso Remolo.
(Ringrazio Antonio che dal Brasile ha segnalato l’esatta fonte della citazione).

Magister dixit
: 
Il maestro ha detto. 

Vedi anche “Ipse dixit” o “iurare in verba magistri“.

Magistra vitae: 
Maestra di vita.
(Cicerone, De Oratore, Il).
àˆ un epiteto che si dà  alla Storia, la quale, con gli ammaestramenti del passato insegna come regolarci per l\’avvenire.

Magna Charta
 (libertatum):
La Gran Carta (delle libertà ) 
Testo fondamentale dei diritti di libertà  inglese emanato nel 1215 da re Giovanni senza terra e rappresenta la pi๠antica costituzione inglese. Con esse a tutti i cittadini liberi venivano concesse previlegi inamissibili per quai tempi quali poter commerciare fuori e dentro l’Inghilterra, godere dell’integrità  fisica e poter transitare ovunque, essere sottoposti a imposizioni penali o fiscali nell’ambito del giusto o della legge…! Nella sola forma “Magna Charta” viene usata , in senso figurato, per indicare ogni documento di notevole importanza.

Magna comitante caterva:
Accompagnato da un gran numero di persone (Virgilio, Eneide libro II v.40).
La scena ricorda il comportamento dei nostri attuali politici… non viaggiano mai soli: Quardaspalle nerboruti e palestrati, portaborse, lacchè e quant’altri all’ombra del potente di turno sperano di ottenenere favori e far soldi senza troppa fatica ed essere mantenuti a vita esattamente come accadeva a Roma (la storia non insegna mai nulla!!!) tra il “patronus” ed i numerosi “clientes” . Solo lo scopo finale è diverso e, mentre Laoocoonte scendeva alla spiaggia per difendere Troia, loro corrono per difendere le poltrone! “Primus ibi ante omnis magna comitante caterva Laocoon ardens summa decurrit ab arce et procul, o miseri, quae tanta insania, cives?”(=Davanti a tutti gli altri, accompagnato da una gran folla,
Laocoonte infuriato discende della rocca e da lontano grida: “Disgraziati, che follia è mai la vostra?).

Magnae spes altera Romae: 
Seconda speranza della grande Roma. (Virgilio, Eneide, XII, 16
7).
Il verso allude ad Ascanio o Iulo, figlio di Enea, astro nascente di Roma, considerato il capostipite della gente Giulia. Si applica a persone che gerarchicamente occupano il secondo posto dopo il capo.

Magna Graecia
:
La grande Grecia

Con l’espressione “Megà¡le Hellà¡s” i Greci designavano l’insieme delle colonie da loro fondate, a partire dal VIII secolo A.C., nell’Italia meridionale, dalla Sicilia alla Calabria alla Lucania e parte della Campania. Gli abitanti di queste colonie vennero chiamati dagli scrittori antichi “Italioti” per distinguerli dagl’indigeni chiamati “Itali”.

Magna pars:
Gran parte. 
Espressione riferita a chi è stato il principale organizzatore o esecutore di qualcosa.
Vedi anche “Quorum pars magna fui
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Magna Phaselus:
Il grande vascello
Nome dato alla città  di Cremona per la sua pianta a forma di grande vascello dove il torrazzo ne ricordava l’albero maestro e i tetti la tolda. Una storpiatura di simile espressione ha portato ad un gioco di parole che ha procurato ai cremonesi il soprannome di “mangiafagioli” dal dialetto “magna-fasoeu”.Troviamo un riferimento a tale soprannome già  ne ” La secchia rapita” del Tassoni (Canto VI, 63).
A manca man dove un torrente stagna, con quattromila suoi mangiafagioli stava Bosio Duara a la campagna, nè seco aveva i Cremonesi soli…!

Magna res est vocis et silentii temperamentum:
E’ gran cosa saper parlare e tacere al momento giusto (Seneca, De institutione morum, 74).

ll detto, attribuito a Seneca lo troviamo in un testo di dubbia paternità  conosciuto anche come “De Moribus”. Spesso viene citato anche nella diversa versione, ma di identico significato, che citiamo“Magna res est vocis et silentii tempora nosse”.

Magna servitus est magna fortuna:
Una grande fortuna è una gran schiavit๠(Seneca, De Consolatione, ad Polibium, 6).
Scrivendo dall’esilio a Polibio, liberto dell’imperatore Claudio, ed elogiandone le capacità  che lo hanno portato a godere dei favori dell’imperatore gli ricorda che proprio a causa di questo non gli è pi๠permesso quanto rende piacevole il vivere quotidiano: dormire fino a giorno inoltrato , rifugiarsi nella pace della campagna o organizzare la giornata a suo piacere e conclude con l’espressione citata:“Multa tibi non licent, quae humillimis et in angulo iacentibus licent: magna servitus est magna fortuna” (=Non ti sono permesse molte cose lecite anche alle persone pi๠umili, confinate nel loro cantuccio): una grande fortuna è una grande schiavità¹.

Magnificat:
(L’anima mia) Magnifica (Nuovo Test. Lc1,46-48).

E’ la prima parole dell’inno di ringraziamento e di gioia che Maria, scelta da Dio come madre del Salvatore del mondo, pronuncia rispondendo al saluto della cugina Elisabetta. La frase completa è:“Magnificat anima mea Dominum…” L’anima mia magnifica il Signore, e lo spirito mio esulta in Dio mio salvatore… L’espressione viene normalmente usata quando desideriamo condividere qualche momento felice della nostra vita.

Magni nominis umbra: 
L’ombra di un grande nome. (Lucano, Fars., I. 135
).
La frase è allusiva a Pompeo che, sotto la toga, aveva perduto le sue virt๠belliche. Comunemente si cita a proposito di persone che hanno avuto il loro quarto d\’ora di gloria, ma che al presente riposano su gli allori passati.

Magnis itineribus
: 
A marce forzate.
Con questa espressione venivano definite le marce estenuanti di avvicinamento al nemico compiute dall’esercito romano. Cicerone dice, nella “Pro Marcello”, che mentre gli eserciti solitamente marciavano quello guidato da Cesare correva. Sembra infatti che in assetto di guerra (scudo, lancia, gladio e vettovaglie) la fanteria riuscisse a percorrere 35/45 chilometri al giorno quando la media di quei tempi non superava i 10 chilometri e narra Svetonio che sempre Cesare riuscଠa percorrere a cavallo in un solo giorno circa 150 chilometri. Tutto questo era reso possibile dalla eccezionale rete stradale che, come una ragnatela, attraversava i territori della Repubblica prima e dell’impero poi. Rete stradale che, costruita grazie alla lungimiranza di alcuni consoli quali Emilio Lepido, Aurelio Cotta, Appio Claudio e di altri di cui queste strade ancor oggi portano il nome, si rivelಠcon i suoi tracciati rimasti insuperati fino all’avvento delle autostrade, strumento indispensabile per le conquiste romane.

Magnos homines virtute metimur, non fortuna: 
I grandi uomini non si misurano dalla fortuna, ma dalla virtà¹.(Cornelio Nepote, Eumene, I
).
Cosଠdovrebbe essere, ma nella realtà  della vita si avvera il rovescio della medaglia

Maiora premunt:
Ci sono cose pi๠importanti che urgono.

Si dice a chi si sente trascurato da un nostro atteggiamento: serve a fargli capire che la questione che lo interessa non puà², al momento, avere la nostra attenzione perchè sono intervenuti problemi pi๠importanti da risolvere. 

Maior dignitas est in sexu virili:
Il sesso maschile ha pi๠dignità  di quello femminile (Corpus juris Justiniani-Digesto 1.9.1. De senatoribus).
Per Aristotele (De generatione et corruptione 2,3) la donna era un “mas occasionatus” (=uomo mancato) e, pur comprendendo quanto fosse difficile anche per personaggi del calibro di san Paolo, Tertulliano, Sant’Agostino, san Tommaso contraddire simile filosofo resta il fatto che ancor oggi per la Chiesa, nonostante i tanti proclami, nutre nei confronti del sesso, sempre visto con ottica maschilista, un atteggiamento punitivo dimenticando che i comandamenti dati a Mosè non solo solo due, il sesto e il nono, ma ben dieci di cui il quinto (non uccidere), il settimo e il decimo (non rubare) vengono bellamente spesso ignorati o non spiegati ai fedeli e ai contribuenti con la stessa passione.
Di Tertulliano dottore della Chiesa riporto, solo per cultura, un passo piuttosto significativo (De cultu foeminarum, Libro I, 1) “Evam te esse nescis? Vivit sententia Dei super sexum istum in hoc saeculo: vivat et reatus necesse est. Tu es diaboli ianua; tu es arboris illius resignatrix; tu es divinae legis prima desertrix; tu es quae eum suasisti, quem diabolus aggredi non valuit; tu imaginem Dei, hominem, tam facile elisisti; propter tuum meritum, id est mortem, etiam filius Dei mori habuit.” (= Non sai che tu sei Eva? Dura ancor oggi la condanna di Dio verso il tuo sesso; la tua colpa rimane ancora. Tu sei la porta del demonio! Tu hai svelato il segreto di quell’albero! Tu per prima hai disobbedito alla legge divina! Tu sei quella ha convinto Adamo perchè il demonio non ne aveva la capacità ! Tu con estrema facilità  hai distrutto l\’immagine di Dio, l\’uomo! A causa della morte che ci hai donato anche il Figlio di Dio è stato costretto a morire).

Maior e longinquo reverentia: 
La lontananza aumenta il prestigio. (Tacito, Annali, I, 47).

àˆ il complemento della frase: “nemo propheta in patria“; spesso le persone sono stimate e apprezzate in lontananza.. Si vede che anche ai tempi di Tacito, tutto il mondo era paese… come adesso.

Maiores pennas nido
: 
Ali pi๠grandi del nido. (Orazio, Epist., I, 20
) Frase che, come Orazio diceva della sua vita, si applica a quelli che hanno aspirazioni superiori alla loro condizione mediocre.

Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam
: 
Forse tremate pi๠voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla. 
Storica frase attribuita a Giordano Bruno l’8 febbraio 1600 dopo aver ascoltato la sentenza di condanna a morte per rogo.

Mala tempora currunt:
Viviamo brutti momenti (Autore ignoto).
L’espressione viene usata normalmente per lamentarci di come stiano peggiorando le cose al giorno d’oggi rapportandole ai nostri tempi. Non occorre essere “Laudatores tempori acti” (= Nostalgici del tempo che fu) per trovarci spesso d’accordo con simile espressione pur senza aggiungere, come fanno i pi๠pessimisti “atque peiora premunt” (= e ne stanno arrivando di peggiori).
Detto segnalato da Michele S.

Male irato ferrum committitur:
àˆ un errore affidare la spada ad un uomo in collera (Seneca, De ira, Libro I , XIX, 8).
“Haec cui expendenda aestimandaque sunt, vides quam debeat omni perturbatione liber accedere ad rem summa diligentia tractandam, potestatem vitae necisque: male irato ferrum committitur.”Â àˆ evidente che la persona, cui compete il soppesare e valutare queste situazioni, deve essere assolutamente libera da ogni turbamento, quando s\’accinge a questo compito, che deve essere svolto con la massima diligenza: il decidere su vita e morte. àˆ un errore affidare la spada ad un uomo in collera.

Male parta male dilabuntur: 
Malamente acquistato malamente svanisce. (Cicerone).

Equivale al proverbio italiano : La farina del diavolo va tutta in crusca. Con questo adagio la sapienza popolare ci ricorda che il furto e l’imbroglio non sono i mezzi pi๠idonei per arricchire, anche se certamente i pi๠veloci e che sovente, quanto ottenuto con simili modi illeciti, viene altrettanto velocemente dilapidato. 

Malesuada fames: 
La fame cattiva consigliera. (Virgilio, Eneide, VI, 883
).
Il poeta mette la fame fra i mostri che sorvegliano l\’ingresso dell\’ Inferno. Anche in italiano vi sono proverbi analoghi, per es.: “La fame caccia il lupo dal bosco”.

Malo quam bene olere, nihil olere:
Preferisco non avere alcun odore piuttosto che essere profumato (Marziale, Epigrammi, Libro VI, 55, 5).
Sembra che Marziale avesse il dente avvelenato con quanti, nemici dell’acqua, cercavano di coprire il propri odori sgradevoli con profumi. Troviamo infatti lo stesso concetto nel Libro II, 12, 3-4:“Hoc mihi suspectum est, quod oles bene, Postume, semper: Postume, non bene olet qui bene semper olet “ (=Mi sorge un dubbio o Postumo: tu hai sempre un buon odore: non ha un buon odore chi ha sempre un buon odore). 

Malum est, malum est, dicit omnis emptor:
“Robaccia robaccia”, dice ogni compratore (Antico Testam. Proverbi XX v.14). 
e continua “et cum recesserit tunc gloriabitur (=e non appena si ritira si vanta della propria astuzia). Le origini della contrattazione e della richiesta di sconto, come si vede, si perdono nella notte dei tempi. L’acquirente spesso crede di aver fatto un vantaggioso affare, dimenticando che sovente il venditore ha già  praticato un congruo aumento prevedendo una richiesta di sconto. Ognuno ne è consapevole, ma in questo gioco delle parti non c’è soddisfazione se non c’è… contrattazione!

Malum est mulier sed necessarium malum:
La donna è una disgrazia, ma una disgrazia necessaria (Aulo Gellio, Notti Attiche, I, 6).
Se diamo per scontato questo giudizio si dovrebbe pensare che quasi tutti gli uomini considerando l’ostinazione e la cabarbietà  con cui, da che mondo è mondo, sono al costante inseguimento di questo (piacevole) male, siano o dei masochisti o dei “minus habens” ; pensiamo, tanto per non prendere ad esempio i recenti fatti di casa nostra, alla guerra di Troia, al ratto delle Sabine (anche se si tratta di invenzioni poetiche o storiche), a re, imperatori, papi e personaggi di ogni ceto: tutti alla disperata ricerca di simile disgrazia! Gli scrittori romani non ci sono andati certo leggeri con i loro giudizi sulla donna: Publilio Siro, Cicerone, Ovidio, Terenzio, Marziale, Catone, Giovenale che fu forse il pi๠acceso misogino dell’Urbe con una intera satira, sono alcuni dei rappresentanti di questo occidente progressista non troppo diverso dall’oriente pi๠intransigente, almeno a giudicare da certe pagine della Bibbia o del Corano.

Nam Polydorus ego!:
Io sono Polidoro (Virgilio Eneide libro III, 44)
Il corpo di Polidoro, figlio di Priamo, ucciso dal cognato Polimnestore re della Tracia per sottrargli le ricchezze che aveva portato da Troia, viene dalla dea Venere tramutato in mirto pianta a lei sacra . Ad Enea, che ignaro di tutto questo, strappa alcuni rami di questa pianta e inorridito ne vede sgorgare gocce di sangue, cosଠil giovane troiano si rivela e dice:“Heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum! Nam Polydorus ego!” Fuggi da queste terre crudeli, abbandona questo lido inospitale! Sono io Polidoro che ti sto parlando. Simile espressione, in senso meno drammatico, si usa nell’intento di convincere un amico o un collega a seguire un nostro consiglio che all’apparenza puಠsembrare di non immediata comprensione se non si è a conoscenza dei precedenti. 

Nascimur uno modo, multis morimur: 
Nasciamo in un solo modo, ma moriamo in molti (Anneo Seneca Controversie libro VII 1,9).

E continua:“laqueus, gladius, praeceps locus, venenum, naufragium, mille aliae mortes insidiantur huic miserrimae animae”. (=impiccagione, spada, in un dirupo, col veleno, in un naufragio e mille altri modi di morire insidiano la nostra miserevole esistenza)! Di diverso pensiero è invece il re Salomone che, pur concordando sull’unico modo con cui si viene al mondo (Antico Test. Sap. 7, 5.6), esclama:“nemo enim ex regibus aliud habuit nativitatis initium, unus ergo introitus est omnibus ad vitam et similis exitus” (Nessun re ebbe mai altro principio di nascita, e pertanto è identico per tutti il modo di nascere e di morire).
Proprio in seguito a questa considerazione il figlio del re Davide chiedeva a Dio la Sapienza da preferirsi ad ogni altra cosa terrena.

Natura abhorret a vacuo
: 
La natura ha orrore del vuoto.(Cartesio).

Massima cui si ricorreva ai tempi del Descartes e anche in seguito, per spiegare alcuni fenomeni naturali, come l\’impossibilità  d\’ottenere il vuoto assoluto, l\’innalzarsi dell\’acqua in un tubo producendo la rarefazione dell\’aria soprastante, ecc. Nello stile burlesco si cita per dire che lo stomaco vuoto ha bisogno di alimento, o che il borsellino ha bisogno di danari.

Naturam expellas furca, tamen usque recurret
: 
Anche se caccerai la natura con la forca, essa ritornerà . (Orazio,
 Epist., I, 10, 24).
Significa che non vi è cosa pi๠difficile che spogliarsi delle proprie abitudini naturali. In certo senso corrisponde al proverbio: Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

Natura non facit saltus
: 
La natura non fa salti. (Leibniz, Nuovi Saggi, IV, 16
).
Nella natura tutto è progressivo ed ordinato, e fra i vari generi e le varie specie non v\’è un taglio netto e assoluto, ma vi è sempre un essere intermediario che forma come l\’anello di congiunzione nella catena umana.

Naufragium in portu facere:
Naufragare in porto, perdersi in un bicchier d’acqua.
L’espressione è derivata dalla frase di Quintiliano che troviamo nelle Declamationes maiores,(Declamatio maior XII.23) che riportimo integralmente: “In portu naufragium fecimus et frumentum ad ancoras perdidimus” (=Siamo naufragati nel porto e all’attracco abbiamo mandato a fondo le granaglie trasportate). 

Navigare necesse, vivere non necesse
: 
E’ indispensabile mettersi in mare ma non è indispensabile vivere (Plutarco, Vite parallele, Agesilao e Pompeo 50,2). 

Gloria al Latin che disse: “Navigare è necessario; non è necessario vivere”. A lui sia gloria in tutto il Mare. (Gabriele D’Annunzio, Maya, Pleiadi, Libro I). Il “Latin” citato dal poeta è Gneo Pompeo a cui Plutarco mette sulle labbra tale incitamento rivolto ai suoi marinai che, a causa del mare in tempesta, rifiutavano di imbarcarsi alla volta di Roma per rifornirla di grano. Viene usato come stimolo a vivere in modo eroico anteponendo il bene comune alla stessa salvaguardia della propria vita.
“Obtorto collo”
 fu per secoli il motto di tutte le città  che si affacciavano sul mare: dalle nostre repubbliche marinare alle città  della lega Anseatica. Gli scambi commerciali attraverso questa via di comunicazione erano, condizioni del tempo e pirateria permettendo, meno costosi e pi๠veloci di quelli effettuati via terra. I romani, nati contadini, si trovarono costretti a diventare emuli di Ulisse e divennero cosଠbravi da sconfiggere la pi๠grande potenza navale contemporanea del mediterraneo: i Cartaginesi. Vedi anche “mare nostrum”. 

Ne avertas oculos a fulgure huius sideris si non vis obrui procellis: 
Non distogliere gli occhi dalla luce di questa stella se non vuoi essere sopraffatto dalla tempesta. 

La frase è scolpita ai piedi di una statua della Madonna posta in una cappella votiva sull’isola di Losinj (Croazia nel golfo del Quarnaro). Sembra si tratti di un “ex voto” di un gruppo di marinai scampati ad una tempesta per intercessione della Madonna.

Nec deus intersit, nisi dignus vindice nodus inciderit: 
Che un dio non intervenga se il nodo non è degno di essere sciolto (Orazio, Ars poetica, v. 191
).
La trama intrigante, la situazione sentimentale o comica, i dialoghi serrati devono tenere incollato lo spettatore alla poltrona in teatro. L’intervento soprannaturale, il famoso “deus ex machina” che dall’alto risolve ogni situazione deve essere eliminato e, se proprio non è possibile, l’argomento deve essere di tale interesse da giustificare l’intervento di un dio.

Nec digna nec utilis
:
Nè meritevole nè adatta (Ovidio Tristia LibroIV-X-v.69).
Simile espressione era indirizzata dal poeta alla prima moglie della quale scrive non era nè meritevole nè adatta soprattutto considerando che “paene mihi puero uxor est data, quae tempus perbreve nupta fuit” (= Quasi ancora bambino mi venne data una moglie nè meritevole nè adatta, che per brevissimo tempo mi fu sposa) nè fu pi๠fortunato il secondo matrimonio, da cui sembra ebbe una figlia. Solo al terzo tentativo si suppone abbia trovato l’anima gemella se la loro unione resistette anche alla tragedia dell’esilio. Facile da ricordare nella vita quotidiana e di significato facilmente comprensibile si puಠsuggerire a quanti insistentemente offrono servizi scadenti e di nessuna utilità .

Nec domo dominus, sed domino domus honestanda est:
Non è la casa che deve conferir decoro al padrone, ma il padrone alla casa (Cicerone, Retorica, De Officiis Liber Primus v. 139)
Simile espressione, che ben si addiceva all’antico popolo romano sempre in giro per il mondo a conquistare nuove terre, sta un po’ stretta a Cicerone e ai suoi contemporanei. Vorrei ricordare che il nostro principe del foro, predicando bene e razzolando male, possedeva ville ad Arpino, a Pompei e a Pozzuoli, oltre a due tenute agricole una a Formia l’altra a Tuscolo e un principesco palazzo sul Palatino dal valore di 3.500.000 sesterzi e che dovendo recarsi da Roma a Pompei ogni sera poteva sostare in una delle tante ville di proprietà  dislocate lungo il cammino. Considerando poi il pessimo rapporto con la moglie Terenzia che, stando a quanto si legge, gli avvelenಠla vita ci si domanda come potesse il nostro simpatico avvocato riprendere simile concetto anche nella lettera Ad familiares, 4.8 “sin qualemcumque locum, quae est domestica sede iucundior?” espressione spesso modificata in “Nullus est locus domestica sede iucundior”. (=Non esiste altro luogo pi๠piacevole della propria casa) ma forse era sottinteso:“Terentia vacante” (=quando la moglie è in… vacanza). Sempre su questo argomento troviamo anche un anonimo ma molto espressivo “nullus (locus) instar domus” (=non esiste luogo pi๠piacevole della propria casa).
Detti segnalati da Gerry V.

Nec equi caeca condemur in alvo
: 
Nè ci nasconderemo nel buio ventre di un cavallo (Virgilio Eneide libro IX v 152).

Sono parole di derisione pronunciate da Turno all’indirizzo dei Greci che dopo dieci anni di guerra, solamente con l’inganno del famoso cavallo erano riusciti a conquistare Troia. Lui, il futuro re del Lazio, per ributtare a mare quegli straccioni di Troiani capeggiati da Enea non dovrà  ricorrere ad alcun inganno, ma gli basterà  la spada e il coraggio. Si dice di persone che non intendono avvalersi di alcun sotterfugio per far valere il proprio punto di vista. 

Necesse est enim ut veniant scandala: 
E’ inevitabile che avvengano gli scandali (Nuovo Test. Mt.18, 7).
E’ possibile trovare con analogo significato anche “Impossibile est ut non veniant scandala (Nuovo Test. Lc. 17,1) e “Oportet ut scandala eveniant (ignoto)”.
Il termine “scandalo” che troviamo usato nel tardo latino deriva dal greco “skà ndalon” nel significato di inciampo, impedimento e in senso figurato di errore o peccato. Nelle parole di Ges๠inevitabile non è sinonimo di fatalità , e se pur il mondo è segnato dal peccato non si deve accettare tale situazione con atteggiamento passivo e rassegnato. La partecipazione alla vita sociale, l’impegno politico a favore dei pi๠deboli e degli emarginati, è dovere di ogni cristiano.
Detto segnalato da Sara.

Necesse est multos timeat quem multi timent:
Chi da molti è temuto deve per forza temere molti (Decimo Laberio -106 – 43 a.C.)
La frase riportata da Macrobio e attribuita a Laberio cavaliere romano ed autore di satire si ritiene fosse diretta a Giulio Cesare che in quel periodo stava assumendo a Roma poteri dittatoriali: \”Porro, quirites, libertatem perdimus… Necesse est multos timeat quem multi timent  (=Ormai, o quiriti, perdiamo la libertà ! Perಠchi da molti è temuto deve per forza temere molti). Laberio visse abbastanza per vedere confermata, con l’uccisione di Cesare da parte dei congiurati (Idi di marzo 44 a.C.) la sua profezia! 

Nec mortale sonans: 
(Voce che) non ha l\’accento di quella dei mortali. (Virgilio, Eneide, VI, 50
).
Il Poeta parla della Sibilla invasata dallo spirito profetico. La frase si usa per elogiare grandi oratori o poeti che con alate parole hanno elettrizzato gli uditori.

Obiit nullo relicto desiderio sui:
Morଠsenza lasciare rimpianti (Antico testam. 2 Cron. 21,20)
E’ con questo inglorioso epitaffio che l’autore del libro biblico conclude il capitolo 21 del libro delle cronache dedicato all’operato del re Joram. Abituati a ben diversi e plaudenti scritti sulle nostre lastre tombali dovrebbe farci riflettere questa totale assenza di adulazione verso i potenti anche morti.
Il pensiero che nessuno verserà  mai lacrime per la sua uscita dalla vita politica o dal consorzio dei viventi potrebbe, forse, far ravvedere qualche nostro politico.
Il nome del libro biblico citato, la cui traduzione dall’ebraico significa “Parole o fatti dei giorni” nel senso di “Annali o Cronache”, è conosciuto anche con il termine derivato dal greco di “Paralipomeni” = cose tralasciate (negli altri libri).

Obsequium amicos, veritas odium parit: 
L’adulazione procaccia amici, la verità  attira l’odio. (Terenzio, Andria, a. I
).
Sentenza evidente pi๠della luce del sole.

Obscurum per obscurius
:
L\’oscuro per mezzo del pi๠scuro.
Espressione usata con intonazione spregevole con riferimento a quelle dimostrazioni o spiegazioni scientifiche che pretendono di chiarire le oscurità  fondandosi su dati ancora pi๠incerti e oscuri.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Obtorto collo: 
Con il collo storto, contro la propria volontà .

Credo che “obtorto collo” sia stato coniato nel giorno in cui i romani durante la seconda guerra sannitica, accerchiati nelle gole di Caudio (321 a.C.), furono costretti ad inchinarsi passando sotto un giogo di lance dei sanniti. I sanniti avevano vinto la guerra ed era una costrizione simbolica che significava l’assoggettamento dei romani ai loro vincitori.
Vedi anche:“Sub iugum miserunt
Ringraziamo Chiara T. per aver inviato questo commento totalmente condiviso.

O cives, cives, quaerenda pecunia primum est, virtus post nummos
: 
O cittadini, cittadini, prima si deve cercare il denaro, e dopo il denaro la virtà¹. (Orazio, Epist., I, 1
).
Cioè prima l\’utile, poi l\’onesto. àˆ una morale sbagliata, ma nella vita spesso la realtà  è questa, ed è perciಠche il Poeta da ironicamente tale consiglio.

Oculos habent et non videbunt
: 
Hanno gli occhi e non vedono

vedere :Manus habent, et non palpabunt. 

Oculum pro oculo, et dentem pro dente: 
Occhio per occhio, dente per dente.(Antico Testamento Esodo 21,24).

Vedere “Par pari refertur”.

Oculus domini saginat equum: 
L’occhio del padrone ingrassa il cavallo (Autore… ignotissimo).

Non credo si tratti di un detto che ci arriva dal latino classico ma lo si usa ad ogni piè sospinto e suona talmente bene anche in latino che non potevo esimermi dal citarlo. Lo troviamo frequentemente sulle labbra di chi dando in gestione a terzi i propri beni o le proprie attività  interviene di quando in quando per verificare la correttezza della gestione. Oppure in altro caso viene usato come richiesta di aiuto o consiglio rivolta dal subordinato al datore di lavoro allo scopo di scaricare, anche su quello, parte della responsabilità  nella decisione che verrà  presa. 

Oderint, dum metuant: 
(Mi) abbiano in odio, purchè (mi) temano. (Cicerone, De off, I, 28, 97
).
Cicerone cita la frase attribuendola al poeta tragico Accio; si adatta a personaggi dispotici e tiranni, che si attirano avversione e odio, anzichè fedeltà  ed amore, finendo col danneggiare se stessi.

Oderint, dum probent
:
Mi odino ma mi approvino (Svetonio, Vita dei Cesari, Tiberio, 59).
L’imperatore Tiberio, successo ad Augusto, governಠpoco e male e fu disprezzato dal popolo. Alla sua morte la plebe, che da vivo lo aveva ingiuriato in ogni modo, voleva addirittura buttarne il cadavere nel Tevere. Incurante delle critiche e maldicenze nei suoi confronti e forte del detto “Mi odino puchè facciano quello che dico” sembra non punisse mai i colpevoli sostenendo che anche le lingue e le menti devono essere libere in una città  libera. 

Odi profanum vulgus: 
Io odio il volgo ignorante. (Orazio, Odi, III, 1, 1
)
Il significato che si ricava dalla lettura dell\’ ode, è che il Poeta aveva in disprezzo gli uomini del popolo rozzi ed ignoranti, che non arrivavano a capire e a gustare le bellezze della poesia. La frase completa è: “Odi profanum vulgus et arceo. Favete linguis” (= Disprezzo il volgo ignorante e lo tengo lontano.State zitti).

O et praesidium et dulce decus meum!
: 
O mio appoggio e mio decoro! (Orazio, libro I, ode I, v.2)

E’ il secondo verso di un’ode dedicata a Mecenate amico e protettore del poeta. Tanti sperano di essere ricordati per le loro gesta, al poeta sembrerà  di toccare il cielo se Mecenate ne riconoscerà  la vena poetica : “Quod si me lyricis vatibus inseres, sublimi feriam sidera vertice”. 

O felix culpa:
O colpa felice. (sant’Agostino).

Troviamo quest’espressione, presa da una omelia di sant’Agostino, nell’ Exultet, inno noto anche come“Praeconium” (=Annuncio o lode solenne ) che il Sabato Santo, durante la benedizione del cero pasquale, annunciava la resurrezione di Gesà¹.
La Chiesa arriva a definire “beata” la colpa di Adamo, perchè essa ci procurಠi vantaggi infinitamente superiori del Redentore. “O felix culpa quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem” (= O felice colpa che meritಠdi avere tale e tanto Redentore). L\’esclamazione si applica a quegli sbagli che casualmente sono fonte di qualche beneficio.

O fortunatam natam me consule Romam
:
O Roma fortunata, nata sotto il mio consolato! (Cicerone Fragmentum VIII Ep. ad Att. II. 3,4)
Convinto di aver salvata Roma per la seconda volta sventando la congiura di Catilina non esitಠa proclamare che quanto da lui compiuto per la salvezza della patria superava in grandezza quanto un essere umano fosse in grado di compiere. Sostenne, in un discorso al Senato, che il salvataggio di Roma, avvenuto per merito suo, era da ritenersi un’azione pi๠grande della stessa fondazione della città  per opera di Romolo. Già  allora, questo grande oratore, nella sua gigioneria, spiegava ai nostri attuali politici come conquistare la folla e riuscire ad essere rieletti pur dopo essersi… resi ridicoli. Tutto questo in omaggio al detto:”Vulgus vult decipi, ergo decipiatur” (=Il popolino vuole essere imbrogliato…e allora imbrogliamolo).

O fortunati quorum iam moenia surgunt
: 
Fortunati coloro ai quali già  le mura sorgono (Virgilio Eneide Libro I v. 437).

Al profugo Enea sorge spontaneo simile sfogo considerando come i sudditi di Didone, in Cartagine, abbiano già  trovata la loro nuova patria. E’ un cruccio ricorrente questo dell’eroe troiano: poter dare a quanti hanno creduto nelle sue promesse una nuova Ilio. 

O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolae: 
Troppo fortunati sarebbero i contadini, se conoscessero i loro beni. (Virgilio,Georgiche, Il, 458
).
Il poeta mantovano amava moltissimo la bellezza e l\’incanto della vita campestre.

Oleum et operam perdidi
: 
Ci ho rimesso l’olio e la fatica! (Plauto, Poenulus, a. I).

Si dice di lavori lunghi e faticosi che non ottengono il risultato sperato , che ci lasciano cioè a mani vuote col danno e le beffe.

O miseras hominum mentes, o pectora caeca!
: 
O misere menti degli uomini, o petti ciechi (insensibili)! (Lucrezio De rerum natura libro II v. 14)

Verità  ripetuta sovente dopo Lucrezio. 

Omissis:
Tralasciate (le altre informazioni)
.
Termine frequentemente usato negli atti notarili quando certe informazioni non vengono fornite perchè non indispensabili per chi legge o nel rispetto della privacy, ma che comunque la loro “omissione” nulla toglie alla completezza e alla comprensibilità  dell’informazione.

Paenitere tanti non emo:
Non pago cosଠcaro un pentimento (Aulo Gellio, Noctes Atticae, Libro I, 8,6). 
Sono le parole che, Demostene (politico ed oratore greco) rivolse alla cortigiana Laide .
Un detto greco sconsigliava di recarsi a Corinto se non si era disposti a pagare la tariffa che Laide chiedeva.
\”Ad hanc ille Demosthenes clanculum adit et, ut sibi copiam sui faceret, petit. At Lais myrias drachmas poposcit, hoc facit nummi nostratis denarium decem milia. Tali petulantia mulieris atque pecuniae magnitudine ictus expavidusque Demosthenes avertitur et discedens “ego” inquit “paenitere tanti non emo”. Sed Graeca ipsa, quae fertur dixisse, lepidiora sunt: “Ouk onoumai, inquit, myrion drachmon metameleian. Â (= Lo stesso Demostene di nascosto si recಠda lei e chiese di potersi unire a lei. Laide pretese diecimila dracme che equivalgono a diecimila dei nostri denari. Ferito e spaventato per la sfacciataggine di tale donna le girಠle spalle: \”Io  disse  a questo prezzo non compro un pentimento. Ma l\’espressione greca , che si racconta abbia usato, è pi๠arguta: \”non compro disse\” un pentimento da diecimila dracme).
Mi vien da pensare che il vezzo dei politici di accoppiarsi a quelle che, di volta in volta, sono state definite etere, cortigiane, falene, passeggiatrici, peripatetiche, prostitute, donne di malaffare, stagiste, escort ed altro ancora, abbia radici lontane. 

Palam vel clam: 
Apertamente o in segreto (A. Manzoni, I Promessi sposi cap XVIII).

L’espressione latina “palam est” significa “lo sanno tutti” ed il suo contrario “clam”, significa ovviamente “di nascosto, all’insaputa di”. Ne “I promessi sposi” troviamo i due avverbi nel dispaccio che il capitano di giustizia invia al podestà  di Lecco con la richiesta di indagare se un certo Lorenzo Tramaglino fuggito da Milano sia tornato “palam vel clam” al suo paese… 

Panem et circenses: 
Pane e divertimenti nei circhi (Giovenale, Satire, X, 81).

àˆ il grido dei Romani che facevano consistere la felicità  nel grano distribuito loro gratuitamente dallo Stato e nei giuochi del Circo: una vera vita da epicurei. Se ne hanno vivissime rappresentazioni nel romanzo “Quo vadis”.

Papa pater patrum peperit papissa papellum
:
Una papessa che era papa, padre dei padri, partorଠun piccolo papa (Epigramma medioevale).
La papessa Giovanna è stata una figura leggendaria di papa donna, che avrebbe regnato sulla Chiesa dall’853 all’855. àˆ considerata dagli storici alla stregua di un mito o di una leggenda medievale.

Parce mero, coenato parum; non sit tibi vanum surgere post epulas; somnum fuge meridianum:
Non esagerare col vino, fai una cena leggera; non essere pigro ad alzarti da tavola; non fare la siesta pomeridiana (Regimen Sanitatis Salernitanum).
Il Regimen Sanitatis Salernitanum o De conservanda bona valetudine è un’opera collettiva, anonima, che riassume i precetti igienici dettati dalla Scuola Medica Salernitana. 

Parcere subiectis et debellare superbos: 
Risparmiare quanti si sottomettono e sconfiggere i superbi. (Virgilio, Eneide, VI, vv. 851-853
).
Si tratta della conclusione del celebre passo in cui Anchise indica al figlio, sceso con la Sibilla nel regno dell’Oltretomba, la natura e il carattere della immortale civiltà  di Roma. La Città  Eterna avrà  nei secoli, secondo le epiche parole di Anchise, “Tu regere imperio populos Romane memento: haec tibi erunt artes, pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos” (=Ricordati Romano di imporre la tua autorità  ai popoli, questo sarà  il Tuo ruolo, imporre usanza di pace, risparmiare quanti si sottomettono e stroncare chi s’oppone) la superiorità  militare, politica, organizzativa e giuridica su tutti popoli.
Nulla di epico, invece troviamo in Don Abbondio, al cap. XXIII de “I Promessi Sposi” quanto, costretto a recarsi nel castello in compagnia dell’Innominato, rivolge allo stesso “un’occhiata pietosa che diceva: sono nelle vostre mani: abbiate misericordia: parcere subiectis”.

Parce sepulto!
: 
Perdona al sepolto. (Virgilio, Eneide, III, 41
).
Perdona a chi è morto: Inutile continuare ad odiare dopo la morte.

Par condicio
:
Uguale condizione.
Espressione desunta della frase del linguaggio giuridico romano \”par condicio creditorum , che, in campo fallimentare, affermava il principio della parità  di condizione dei creditori. Negli anni Novanta è entrata nel linguaggio politico nella sua formulazione ridotta, a indicare la parità  tra soggetti politici nell\’accesso ai mass media, e poi usata estensivamente con altri significati analoghi.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Pares cum paribus facillime congregantur: 
I simili si accompagnano molto pi๠facilmente con i loro simili.(Cicerone, Cato Maior de Senectute, III.7 )

Antico proverbio che Catone cita rispondendo a Lelio che si meraviglia come, contrariamente a tanti, lui ha accettato con serenità  la vecchiaia. Essa, spiega, è una conseguenza ineluttabile della giovinezza e il rifiutarla come Caio Salinatore, Spurio Albino e tanti altri, che cita come esempio, è voler combattere contro gli dei e nessuna consolazione potrà  lenire una cosଠstolta vecchiaia “nulla consolatio permulcere posset stultam senectutem”.
Nelle citazioni simile espressione viene spesso sostituita da “similes cum similibus congregantur” o da“similia cum similibus congregantur” acquistando una connotazione prettamente negativa. Molto simile è il concetto espresso dal nostro proverbio: “Dimmi con chi vai e ti dirಠchi sei”. (Segnalazione di Rita G.)

Pari passu
:
In ugual proporzioni, di pari passo, allo stesso modo.
In ambito economico è una clausola di parità  dei crediti. Praticamente è l’impegno esplicito del debitore che il suo debito godrà  di pari trattamento rispetto agli altri suoi crediti non garantiti. 

Paritur pax bello: 
La pace si ottiene con la guerra. (Cornelio Nepote, Epaminonda, V
).
L’attuale atteggiamento delle “superpotenze” ha origini  antichissime.

Par pari refertur
:
Pareggiare i conti. (Antico Test. Esodo v.23-25). 

E’ questa una delle regole dettate da Mosè agli ebrei usciti dall’Egitto e verrà  abrogata nel Nuovo Testamento (Mt. 5, 38 e segg.). Si tratta della famosa legge del taglione dove la pena applicata doveva essere identica al danno causato: Vita per vita, occhio per occhio… piede per piede… livido per livido. Contrariamente a quanto puಠsembrare per il nostro attuale modo di intendere la giustizia, la legge mosaica rappresentava una notevole innovazione per quei tempi. Non dimentichiamo infatti che presso gli antichi popoli la pena inflitta per una offesa veniva decisa ed applicata dall’offeso a sua discrezione, indipendentemente dalla gravità  del torto di cui fosse stato vittima.
Equivale al nostro proverbio: rendere pan per focaccia.

Parturient montes: nascetur ridiculus mus
: 
Partoriranno i monti: nascerà  un ridicolo topo. (Orazio, Ars poetica, 139
).
Il Poeta critica quegli scrittori che promettono mari e monti, e che poi non sanno mantener le promesse.

Parva libellum sustine patientia
: 
Sopporta con un pಠdi pazienza il mio libretto. (Fedro, Favole, Libro IV, 7, 3).

Fedro parla del suo volumetto di favole, che, lungi dall\’essere tollerato con pazienza, ebbe tale successo che fu tradotto in quasi tutte le lingue e commentato dai migliori autori.

Parva necat morsu spatiosum vipera taurum
: 
La piccola vipera uccide con il morso il possente toro (Ovidio Remedia amoris 421). 

Vedi “A cane non magno saepe tenetur aper” (= Spesso il cinghiale viene catturato da un piccolo cane).

Parva sed apta mihi
:
Piccola ma sufficiente per me.
Simpatica scritta posta sulla porta della casa di Ludovico Ariosto quando nel 1525 tornಠdalla Garfagnana, dove era governatore, nella città  di Ferrara in cui si stabilଠdefinitivamente “Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida… (Piccola, ma sufficiente per me, su cui nessuno puಠvantare diritti, non sporca,…) 

Passim:
Qui e là .

Avverbio latino molto in uso fra gli scrittori quando la stessa espressione risulta utilizzata o da pi๠autori o dallo stesso ma in diverse opere. Anzichè citare tutti i riferimenti, operazione lunga e laboriosa, si usa scrivere il nome dell’autore o degli autori e far seguire il tutto dall’avverbio “passim”

Pater familias
:
Il padre di famiglia.
Padre padrone cosଠsi poteva considerare il capo famiglia nell’antica Roma. Capo indiscusso di tutto il clan, a lui erano sottomessi figli e figlie, schiavi, nuore… Su tutti costoro poteva esercitare il diritto di vita o di morte arrivando il suo potere ad essere, a volte, pi๠forte di quello politico. Al suo trapasso cambiava il suonatore ma non la musica perchè il figlio maggiore ne ereditava l’esercizio del potere. 

Pater peccavi in caelum et coram te:
Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te (Nuovo Testam. Lc. 15,18) 
“Surgam et ibo ad patrem meum et dicam illi: Pater, peccavi in caelum et coram te et iam non sum dignus vocari filius tuus; fac me sicut unum de mercennariis tuis .
(=Mi leverಠe andrಠda mio padre e gli dirà²: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono pi๠degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati). Sono le parole del figliol prodigo che, dissipata l’eredità  paterna e trovandosi in difficoltà  decide di tornare dal padre che, nella sua bontà , non si limiterà  solo a cancellarne la colpa ma a riprenderlo come figlio.

Patiens quia aeternus: 
Paziente perchè eterno (sant’Agostino) 

Con questa affermazione sant’Agostino spiega l’immutabile pazienza di Dio, al di sopra dei disordini e dei delitti che accadono nel mondo: Mi viene da supporre che dovevano averne combinate di tutti i colori quanti sono stati castigati con il “Diluvio Universale”. Vorrei ricordare ai nostri politici che non essendo noi… “eterni” prima o poi rischiano di vederci perdere la pazienza e di essere presi a calci… là  “dove non v’è che luca”. 

Patria est ubicumque est bene: 
La patria è dove si sta bene. (Cicerone. Tusc., V, 37, 108
).
Da osservare perಠche la dolorosa constatazione non è il pensiero di Cicerone, ma da lui riportata come detta da Pacuvio. (Pacuvio framm 19). Con l’enciclica “Quadragesimo anno” papa Pio XI, criticando l’imperialismo internazionale del denaro (paragr. 109) scrive “…illinc vero non minus funestus et exsecrandus rei nummariae internationalismus seu imperialismus internationalis cui, ubi bene, ibi patria est” (=…dall’altra non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene. ). Il concetto viene cosଠespresso da don Abbondio al cap. XXXVIII dei Promessi Sposi: (e io non lo saprei cosa dire: La patria è dove si sta bene) ma è possibile trovare anche con identico significato: “Ubi Panis ibi patria” (= La patria è quella in cui ci si puಠsfamare).

Pauci quos aequus amavit Iuppiter
:
I pochi mortali che il giusto Giove predilesse. (Virgilio, Eneide, VI, 129
).
Par di sentire l\’evangelico: “Multi sunt vocati, pauci vero electi”. Il Poeta intende parlare dei rari mortali che hanno potuto ritornare dal Tartaro. Ma il verso si applica generalmente ai baciati dalla fortuna, a quelli che si trovano in condizioni privilegiata di prosperità .

Paucis temeritas est bono multis malo
: 
La temerarietà  è utile a pochi, è nociva a molti. (Fedro, Favole, Libro V, 4, 12).

Come sosteneva Tito Livio: “la temerarietà  non è sempre fortunata”, e Cicerone aggiungeva: “se la prudenza è propria della vecchiaia, la temerarietà  è propria della giovinezza”.

Paulo maiora canamus
: 
Cantiamo cose alquanto pi๠complesse. (Virgilio, Egloghe, IV, 
1).
Si cita la frase per passar da argomenti frivoli a cose pi๠interessanti, o da qualche argomento doloroso ad altro pi๠consolante.

Pauper Aristoteles cogitur ire pedes
:
Il povero Aristotele è costretto ad andare a piedi.
L’insegnamento da sempre è una professione mal retribuita ma almeno un tempo era riconosciuta la capacità  educativa dell’insegnante. 

Paupertas impulit audax:
(Mi) spinse la povertà  audace. (Orazio, Epist., Il, 2, 51
).
Il Poeta dice che fu l\’indigenza che lo spinse a far versi; ma nel significato generico la frase vuoi dire che la povertà  spinge a far cose temerarie, che non si farebbero senza il suo stimolo.

Quae peccamus iuvenes luimus senes:
I peccati di giuvent๠li scontiamo da vecchi.
Mi permetto una considerazione personale che cerco di rendere con un esempio. Da giovane, ogni qualvolta acquistavo un’auto nuova, provvedevo “in primis” a dotarla di coprisedili con l’ovvio risultato che quando la rottamavo avevo sedili ancora bellissimi. La stessa cosa vale per i vizietti di gioventà¹: rischiamo di morire ancora con la garanzia senza esserci divertiti… almeno un pochino!

Quaerens quem devoret:
Alla ricerca di qualcuno da divorare (Nuovo testamento Prima Lettera di san Pietro 5,8-9).
Parimenti voi giovani… siate sobri e vegliate, perchè il vostro avversario il diavolo vi gira attorno come leone ruggente cercando chi divorare “Tamquam leo circuens , quaerens quem devoret”. Suggestiva immagine con cui l’apostolo Pietro caratterizza il demonio. 

Qua hora non putatis, veniam et metam:
In un’ ora che non conoscete verrಠe mieterà².
La scritta, che si puಠleggere su un architrave della Chiesa del Purgatorio a Bitonto, è tratta per la prima parte dal Vangelo di Luca Lc. 12,40:  Et vos estote parati, quia, qua hora non putatis, Filius hominis venit” (=State pronti, perchè non conoscete l’ora in cui il Figlio dell’uomo verrà ) mentre la seconda \”veniam et metam Â non è che l\’interpretazione di un passo del Vangelo di Matteo Mt. 13,39dove è spiegato che: \”Messis vero consummatio saeculi est; messores autem angeli sunt Â (=La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli). Sempre in Mt. 13,30 viene spiegato come al termine della mietitura il frumento verrà  separato dalla zizzania: “In tempore messis dicam messoribus: Colligite primum zizania et alligate ea in fasciculos ad comburendum ea, triticum autem congregate in horreum meum” (= Al momento della mietitura dirಠai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio).
Il detto è stato segnalato da un visitatore del quale, per un motivo tecnico, ho smarrito sia indirizzo che nome . Mi auguro ripassi da queste parti per permettermi di… dare a Cesare quello che è di Cesare.

Qualis artifex pereo!: 
Quale artista muore con me. (Svetonio, Nerone, 44).

Furono le ultime parole pronunciate da Nerone quando, in seguito alla ribellione delle legioni di Galba, si suicidà². Egli era stato attore nei pubblici spettacoli, auriga e poeta da strapazzo, eppure rimpiangeva la grande perdita che il mondo faceva delle sue doti. Ironicamente si ripete la frase quando si ha qualche lieve insuccesso.

Qualis pater, talis fiius
: 
Quale è il padre, tale è il figlio.

Il senso comune dato a questo proverbio popolare, è che i difetti dei genitori generalmente sono ereditati dai figli, come nella favola della gamberessa e sua figlia. 

Quamvis sublimes debent humiles metuere, vindicta docili quia patet sollertiae: 
Gli uomini di condizione elevata devono temere quelli di bassa condizione, perchè all’uomo astuto risulta facile la vendetta(Fedro).

Questa sentenza è illustrata nella favola della Volpe e dell\’Aquila: questa aveva portato ai suoi aquilotti i piccoli della volpe perchè se ne cibassero, credendosi sicura, nel suo alto nido, ma l\’ astuto animale , rubata una torcia dall\’altare di un tempio , diede fuoco alla pianta che sorreggeva il nido dell\’Aquila.

Quando Marcus Pascha dabit et Ioannes Coenam dabit, totus mundus conquassabit
:
Quando la Pasqua cadrà  il 25 aprile (san Marco) e il Corpus Domini il 24 giugno (san Giovanni Battista) tutto il mondo andrà  in rovina.
Si tratta di una vecchia profezia che non promette nulla di buono. Se quella del 2012 si rivelerà  una bufala attenzione a questa nuova spada di Damocle. L’anno fatidico è il 2038 quando effetivamente le due feste cadranno nei giorni stabiliti dalla… profezia!!!. Non illudetevi se guardando un calendario scoprirete che il “Corpus Domini” cade il 27 e non il 24 giugno come vorrebbe la profezia. Per i pi๠giovani ricordo che nel 1977 alcune festività  mobili , tra le quali appunto questa, furono spostate dalla Chiesa dal giovedଠalla domenica in accordo con i sindacati e lo Stato nella speranza di aumentare la produttività  limitando i ponti infrasettimanali:… i risultati non si sono fatti attendere e oggi sono sotto i nostri occhi. Ora attendiamo anche il… 2038.
Per determinarela data della Pasqua fino al 4099 vai al link: Un utile calendario.

Quandoque bonus dormitat Homerus: 
Qualche volta si addormenta anche il buon Omero. (Orazio, Ars poetica, 359
).
Anche il grande Omero non è sempre uguale a sè stesso. Ma la frase nel significato usuale ha valore alquanto diverso, ossia che anche le persone di genio ogni tanto commettono qualche errore.

Quantum mutatus ab illo
: 
Quanto era diverso da quello (che ricordo).(Virgilio, Eneide, lI, 274
).
In sogno Enea aveva visto Ettore, ma non già  nella sua consueta aureola di prode ed eroico combattente, terrore dei nemici; bensଠcoperto di piaghe e sangue. Di qui la spontanea esclamazione. Nell\’uso corrente si cita quando ci si trova davanti a persone o cose molto diverse dall\’ ultima volta in cui si sono vedute, o nel fisico o, pi๠spesso, nel morale.

Quantum satis
: 
Quanto basta.

Locuzione corrente nel gergo dei medici che nelle ricette indicando le dosi dei vari ingredienti, per qualche elemento scrivono q.s., cioè “quantum satis”, o “quantum sufficit”, ossia suggeriscono di mettervene la quantità  sufficiente.

Quantum sufficit
:
Quanto basta.

Vedi:“Quantum satis” 

Quemcumque populum tristis eventus premit, periclitatur magnitudo principum, minuta plebes facili praesidio latet:
Se una calamità  sovrasta un popolo, sono i grandi principi che sono in pericolo; la plebe minuta trova facilmente una via di scampo. (Fedro).

àˆ la morale della favola: I Topi e le Donnole, nella quale i sorci, che prima della battaglia s\’erano messi delle corna sulla testa in segno di comando, nella fuga, impediti dalle medesime, furono presi e uccisi, mentre i semplici gregari, privi di ogni autorità , poterono facilmente nascondersi e sfuggire alla strage.

Qui accipit mutuum servus est fenerantis
:
Chi chiede un prestito diventa schiavo dell’usuraio (Ant. Testam. Proverbi 22,7) 
L’usura, come si puಠben vedere, non è solo dei nostri giorni e non lo sono nemmeno le conseguenze che questo sistema di prestiti comporta . Esiste un detto latino conosciuto da tutti ma da tutti ignorato“Historia est magistra vitae” (=La storia ci insegna come comportarci), ma tant’è nessuno ci fa caso.Riporto il detto nella sua completezza:”Dives pauperibus imperat et qui accipit mutuum servus est fenerantis” (=Il ricco comanda sui poveri, e chi chiede un prestito diventa schiavo dell’usuraio). 

Quia nominor leo:
Perchè mi chiamo leone.

Vedi: “Primo mihi”

Qui autem invenit illum invenit thesaurum
: 
Chi lo trova trova un tesoro (Antico Testamento Ecclesiaste 6,15-16)

Sembra che l’autore di questo libro sia il re Salomone o di un contemporaneo che ne ha ripreso il pensiero. Viene descritta in esso la vanità  della vita, considerata dal punto di vista umano quasi come se, oltre ad essa, non esistesse altro. Il detto citato è preso da un brano in cui si suggerisce come riconoscere i veri dai falsi amici. Un amico fedele è protezione forte, chi lo trova trova un tesoro. Nessuna quantità  d’oro e d’argento è comparabile ad un amico fedele “amicus fidelis protectio fortis qui autem invenit illum invenit thesaurum. Amico fideli nulla est comparatio et non est digna ponderatio auri et argenti. 

Quia tu gallinae filius albae, nos viles pulli, nati infelicibus ovis: 
Poichè tu sei figlio della gallina bianca, noi siamo poveri pulcini nati da uova disgraziate.
(Giovenale,Satire, XIII, 141).
Il Poeta allude alla diversa sorte degli uomini: alcuni nascono sotto una buona stella, altri sotto un\’ infausta cometa.

Qui bene amat, bene castigat
:
Chi ama tanto, punisce tanto (Ignoto ma… manesco)

Mi riesce difficile credere ad una affermazione simile. Era certamente una abitudine degli antichi inculcare sia la cultura che il rispetto per mezzo di punizioni. Il poeta Orazio, (Ep 2.1.70) rammenta il terribile Orbilio, che definisce maestro manesco “plagosus magister” che a staffilate tentava di inculcare i rudimenti della grammatica agli scolari. Tornando ai giorni nostri (pardon… miei) per quanto l’atteggiamento si fosse mitigato qualche punizione corporale (senza lividi) ancora ci toccava. Ai giorni vostri, fortunatamente, si tende a preferire la dolcezza , il convincimento e il dialogo. 

Quicumque amisit dignitatem pristinam, ignavis etiam locus est in casu gravi: 
Chiunque abbia perso la propria dignità , nella disgrazia è vittima anche dei vili. (Fedro, Favole, Libri 1, 21,1).

E’ la favola del Leone morente che, percosso dal cinghiale e dal toro, sopporta con rassegnazione l\’offesa ma, preso a calci dall\’asino, gli sembra di morir due volte: “bis videor mori”.

Quicumque turpi fraude semel innotuit, etiam si verum dicit, amittit fidem
: 
Chi è stato trovato bugiardo una volta, non è creduto anche se dice il vero. (Fedro, Favole, Libro 1, 10, 1).

Sono i primi due versi della favola di Esopo: “Il Lupo e la Volpe al tribunale della Scimmia”, nella qual favola la scimmia giudice dà  torto ad entrambi, perchè li sa bugiardi.

Ranae vagantes liberis paludibus clamore magno regem petiere a love: 
Le rane vaganti in libertà  nelle paludi, con grandi grida chiesero a Giove un re. 

àˆ la favola del Re Travicello, resa con arguzia dal Giusti, vero capolavoro di poesia popolare satirica. La morale è questa: finchè si gode della libertà , non bisogna andar in cerca della schiavità¹.

Rara avis in terris nigroque simillima cycno
: 
Un vero uccello raro sulla terra pi๠di un cigno nero. (Giovenale
, Satire, VI, 165).
Il poeta allude a Lucrezia, la nobile matrona romana, moglie di Collatino che, per non sopravvivere all\’ oltraggio fattole da Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, si tolse la vita; e a Penelope, moglie di Ulisse, mirabile esempio di fedeltà  coniugale. Normalmente per segnalare un avvenimento fuori dalla norma si usa solo la prima parte “Rara avis in terris”. 16-09.05 Ringrazio Massimo per avermi segnalato l’opportunità  di completare la frase con la seconda parte “nigroque simillima cycno” per una migliore comprensione.

Rari nantes in gurgite vasto
:
Rari naufraghi nell’immenso mare. (Virgilio, Eneide, I, 118
).
àˆ il quadro finale che Virgilio ci presenta dopo la descrizione del naufragio d\’Enea e dei suoi compagni. In significato metaforico, per esempio, si dice di quanti in un naufragio generale, sono riusciti a mantenersi a galla e raggiungere l’ obbiettivo.

Redde rationem
: 
Rendimi conto (Nuovo Testamento Lc. 16,2)

Racconta l’evangelista di un uomo ricco che aveva affidata la gestione dei propri beni ad un amministratore. Quando gli giungono all’orecchio voci di una troppo allegra gestione del suo patrimonio, lo chiama alla propria presenza e gli chiede conto del suo operato dicendo: “redde rationem villicationis tuae: iam enim non poteris villicare.” (=Rendimi conto della tua amministrazione, perchè non potrai pi๠amministrare). Per l’utilizzo nell’ambito del lavoro occorre fare molta attenzione perchè, come dice il proverbio, “hodie mihi, cras tibi”. Vedere anche “ad audiendum verbum” e “reprimenda”. 

Reddite quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo: 
Rendete a Cesare quello che è di Cesare ed a Dio quello che è di Dio. (Nuovo Testam., Matteo, 22, 21)

Risposta data da Ges๠Cristo ai Farisei che gli avevano chiesto se conveniva pagare i tributi a Cesare. Corrisponde all\’altra sentenza: “Unicuique suum” (A ciascuno ciಠche è suo)

Reductio ad absurdum
:
Riconduzione all’assurdità .
Vedi “ab absurdo”

Refugium peccatorum: 
Rifugio dei peccatori.

Si tratta di una invocazione alla Madonna che troviamo nelle Litanie Lauretane. Con “Turris aeburnea”(= Torre d’avorio) altra invocazione che troviamo sempre nelle stesse litanie, oltre che preghiera è diventata espressione di uso comune per definire il luogo in cui convergono cose o persone quando non si riesce a trovarvi una corretta collocazione.
La tua stanza è diventata un “refugium peccatorum” dice la mamma al ragazzino, certe facoltà  universitarie sono il “refugium peccatorum” di chi vuole faticare poco… 

Regina viarum: 
La regina di tutte le strade.
I Romani consideravano la via Appia regina delle tutte le strade. Voluta dal censore Appio Claudio se ne iniziಠla costruzione nel 312 a.C. collegava inizialmente Roma a Capua. Successivamente venne prolungata fino a Benevento e e Taranto raggiungendo attorno al 190 a.C. Brindisi e, dal momento che Appio Claudi non era console ma censore risulta essere l’unica via non consolare.

Regis ad exemplum totus componitur orbis: 
Tutto il mondo segue l’esempio del re.

Cioè gli astri minori sono attratti dai maggiori: sono i principi che formano i costumi dei loro popoli.

Regnare nolo, liber ut non sim mihi
: Preferisco non regnare piuttosto che perdere la libertà .(Fedro).
àˆ la risposta del Lupo al cane che, vedendolo cosଠmagro e affamato, gli aveva proposto di mettersi a disposizione del suo padrone, che avrebbe ricevuto in premio ogni ben di Dio. Quando perà², dopo l\’enumerazione di tutti i privilegi della vita domestica, il lupo sentଠche doveva stare alla catena, cambiಠidea.

Regum potestas finitur ubi finitur armorum vis
: 
Il potere dei re termina laddove termina la forza delle (sue) armi
 (scritto sui cannoni del Re Sole) 
Mi è stato segnalato come il vero motto impresso sui cannoni del Re Sole (Vedi “Ultima ratio regum“) e non avendo argomentazioni favorevoli o contrarie riporto, per correttezza, ambedue le versioni sperando che qualche visitatore possa essere di aiuto. Non cambia comunque il significato perchè ambedue ben si adattano al regime assolutistico instaurato da Luigi XIV.
La segnalazione del detto mi ha permesso di scoprirne uno simile ma di natura giuridica elaborato da Bynkershoek nel “De Dominio Maris Dissertatio” pubblicato nel 1703: “terrae potestas finitur ubi finitur armorum vis” (=La gittata delle armi stabilisce il confine delle acque territoriali) rapportando l’estensione delle acque alla portata delle artiglierie terrestri (ovviamente a quelle dei suoi tempi).
Detto segnalato da Sara 

Relata refero:
Riferisco cose riferite. 
Frase usata spesso quando si riferiscono notizie apprese da altri, delle quali non s\’intende assumere la responsabilità .
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Relegatio in insulam:
Esilio su un’isola.
Nell’antico ordinamento giuridico romano era la pena a cui erano sottoposti i colpevoli di determinati delitti quali l’adulterio e lo stupro e consisteva nell’allontanamento temporaneo del soggetto in un luogo isolato. Questa pena non contemplava la perdita la perdita dello “status civitatis” (=cittadinanza romana) diversamente da quanto previsto invece dalla “deportatio” che prevedeva la confisca parziale o totale dei beni del condannato. 

Relicta non bene parmula:
Abbandonando ingloriosamente lo scudo (Orazio Carmina II v. 7-11 ).

Salutando il ritorno dell’amico Pompeo, il poeta con elegante autoironia ricorda i suoi poco gloriosi trascorsi militari. A Filippi (42 a.C.) nello scontro tra l’esercito schierato da Bruto e Cassio uccisori di Cesare e quello di Ottaviano ed Antonio il nostro Orazio, che militava nelle file dei congiurati, vedendo le cose mettersi male si salva dandosi alla fuga “relicta non bene parmula, cum fracta virtus et minaces turpe solum tetigere mento” (=abbandonando ignobilmente lo scudo, quando venne spezzato il valore e uomini fieri toccarono vergognosamente la polvere con il mento). Sembra che simile gesto sia diventato “vanto di poeti”: la stessa cosa accadde ad Alceo di Mitilene (contemporaneo di Saffo VI sec. a.C.) combattendo contro gli Ateniesi, ma ancor prima di questi ad Archiloco di Paro (VII sec. a.C.) che dal fatto ne derivಠaddirittura un componimento poetico: “lo scudo dimenticato”. 

Remis velisque:
Con i remi e con le vele (Silio Italico, Punica, Libro I, 568).
La frase completa nell’opera di Silio è: “Ite citi, remis velisque impellite puppim” (=procedete veloci, spingete la poppa aiutandovi sia con i remi che con le vele) ma troviamo analoga espressione anche in Cicerone (Disputationes Tuscolanae, Libro III, XI, 25) “Taetra enim res est, misera, detestabilis, omni contentione, velis, ut ita dicam, remisque fugienda.” (= Infatti è cosa orrenda, miserabile e detestabile da evitare con ogni sforzo, con le vele, per cosଠdire, e con i remi). 

Remis ventisque
:
Con i remi e con l’aiuto dei venti (Virgilio, Eneide, Libro III, 563).
Vedi anche “remis velisque” (= Con iremi e con le vele), “manibus pedibusque” (= Con le mani e con i piedi), “Navibus atque quadrigis” (= Con le navi e con le quadrighe). Tutte espressioni coniate per sollecitare a fare le cose per tempo, senza indugi o tentennamenti.

Rem tene verba sequentur: 
Sii padrone dell’argomento, le parole seguiranno. (Catone “Libri ad Marcum filium frammento 15″).

Tale massima espressa dal massimo fustigatore di costumi romano oltre che grande oratore (Cicerone si vantava di conoscere almeno 150 orazioni) è una novità  nell’arte forense, in antitesi con la teoria sostenuta da Aristotele (Retorica III, 1). Per la scuola aristotelica infatti possedere a fondo l’argomento che si vuole esporre non è sufficiente se non è supportato dal “come” lo si vuole dire. Scopo dei “Libri ad Marcum filium“, da cui è preso il detto, era l’educazione “in proprio” del figlio contro la moda del momento di avvalersi di maestri o pedagoghi provenienti dalla Grecia o comunque conoscitori della cultura ellenica.

Saepius ventis agitatur ingens pinus: 
Pi๠spesso viene agitato dai venti il grande pino. (Orazio, Odi, Il, 10
).
Allusione ai pericoli cui sono esposte le persone altolocate, che coprono cariche eminenti. Il passo completo è il seguente: “Saepius ventis agitatur ingens pinus et celsae graviore casu decidunt turres feriuntque summos fulgura montes” (= Pi๠spesso viene dai venti agitato il grande pino, le alti torri crollano con maggior rovina e i fulmini colpiscono la sommità  dei monti).

Saepe premente Deo, fert Deus alter opem
: 
Spesso ad un Dio avverso si oppone un dio che aiuta (Ovidio, Tristia, LibroII,II,4.).

Gli antropomorfi dei pagani non si discostavano, quanto a difetti e comportamento, da quella umanità  che dall’alto dell’Olimpo avrebbero dovuto guidare e, come gli uomini, erano spesso in disaccordo tra di loro. Troviamo esempi di questo loro atteggiamento sia nelle opere di Omero che in quella di Virgilio dove i diversi eroi erano aiutati da un dio e contrastati ed odiati da un altro. Neppure il grande Giove con la sua autorità  riusciva ad imporsi, anzi i peggiori guai spesso gli erano causati proprio dalla moglie Giunone che, per il fatto di essere la moglie del “boss”, si riteneva una privilegiata.

Salus populi suprema lex esto: 
La salvezza del popolo deve essere la legge suprema. (Cicerone, De Legibus, libro III, III, 8
).
Massima dell\’antico Diritto romano che conserva sempre tutto il suo vigore perchè l\’individuo deve scomparire quando si tratta del bene e dell\’incolumità  dello Stato.

Salutare plebem et conviviis gratiam quaerere
:
Salutare quanta pi๠gente possibile e offrir banchetti per accapparrarsi il favore del popolo ( Sallustio, Bellum Iugurthinum, Cap IV, 8).
I candidati alle pubbliche magistrature esercitavano, stando almeno a quanto riferito dallo storico, la loro “maxima industria” (= pi๠importante attività ) nel procurarsi la “gratiam” (= il favore popolare) avvicinando e salutando personalmente quante pi๠persone potessero e con “conviviis” (= banchetti elettorali). Non è che poi sia cambiato tanto… forse solo i mezzi a disposizione ma la fregatura finale resta sempre la stessa in qualunque tempo e ad ogni latitudine.

Salutatio matutina: 
Saluto mattutino. 

L’espressione è strettamente legata ad altri due termini latini: “Clientes e patronus”. I primi altro non erano che liberti (schiavi affrancati) o cittadini di umile condizione che per riconoscenza o per interesse si legavano ad un personaggio ricco e stimato, il “patronus” appunto, ed a lui offrivano in cambio della protezione accordata i loro servigi. La “salutatio matutina” (recarsi a salutare il patrono di primo mattino) rappresentava uno di questi atti di deferenza. Oggi i “clientes” hanno un altro nome (portaborse o galoppini) ma lo scenario e il significato è rimasto quello di 2000 anni fa! 

Salve, cara Deo tellus, sanctissima, salve:
Salve terra cara a Dio, terra santissima, salve (Francesco Petrarca, Saluto all’Italia).
Nel 1353 Francesco Petrarca tornando definitivamente in Italia dall’alto del Monginevro scrive questa splendida, altamente poetica ma certamente utopistica visione dell’Italia. La definisce “sicura per i buoni, temibile per i superbi, pi๠fertile e bella di ogni altra contrada”. Addirittura esclama:”ad te nunc cupide post tempora longa revertor incola perpetuus: tu diversoria vite grata dabis fesse…” (=A te ora con estrema gioia dopo tanti anni ritorno per restare per sempre: Tu alla mia vita stanca darai gradita ospitalità …). Potremmo fare un esame di coscienza e chiederci se oggi, pur con occhi poetici e quindi lontani dalla realtà , potesse avere ancora il coraggio e l’entusiasmo di scrivere queste bellissime parole.

Salve magna parens frugum, saturnia tellus, magna virum…: 
Salve terra di Saturno, grande genitrice di frutti e di uomini…(Virgilio, Georgiche, Il, 173
).
àˆ il saluto del Poeta all\’ Italia.

Sà pere aude
:
Abbi il coraggio di conoscere (Orazio, Libro I, II, 40).
Espressione usata dal filosofo Kant per definire l’essenza dell’illuminismo. Direi che comunque questo atteggiamento, questo desiderio di conoscenza risalga non ai tempi di Orazio a cui va il merito di aver codificata simile espressione ma… ad Adamo ed Eva. Racconta la Bibbia (Genesi 3,5) che il demonio sotto forma di serpente tentasse Eva con queste parole: “Dixit autem serpens ad mulierem: Nequaquam morte moriemini! Scit enim Deus quod in quocumque die comederitis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut Deus scientes bonum et malum Â (= Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male). 

Satis vixi, invictus enim morior: 
Ho vissuto abbastanza in quanto muoio non sconfitto. (Cornelio Nepote.Epaminonda, IX

àˆ la celebre sentenza pronunciata da Epaminonda alla battaglia di Mantinea, quando, ferito gravemente da una lancia nemica, sapendo che sarebbe morto se avesse fatto estrarre il ferro micidiale, non volle farlo prima d\’aver ricevuto la notizia che il suo esercito aveva vinto: solo allora, pronunciata simile frase, si fece togliere la lancia e morଠdissanguato.

Satius ignorare est rem, quam male discere
: 
E’ preferibile non conoscere una cosa piuttosto che apprenderla male. (Publilio Siro”Sententiae”)
.
L’autore di questa perla era arrivato a Roma come schiavo e affrancato si dedicಠal teatro. Potremmo definirlo “absit iniuria verbo” uno… sputasentenze, ma questo non significa che dietro alle parole non ci fosse un cervello pensante. Rendere con poche parole a tutti comprensibili argomenti apparentemente banali e non renderli tali risulta difficile. La frase di per sè ovvia non lo è affatto se riflettiamo sulla facilità  con cui ci si improvvisa idraulici, elettricisti, meccanici… imprenditori… latinisti! Facendo le cose in modo non professionale si rischia di peggiorare la situazione, da qui il detto.

Saxa loquuntur
:
Le pietre parlano (Ferdinando Wà¼st).
Troviamo questo motto, abbreviazione di “De te saxa loquuntur” (= Le pietre ricordano a tutti il tuo nome), sullo stemma internazionale della litografia disegnato da Ferdinando Wà¼st per rendere onore al grande Aloisio Senefelder che, di questa nuova tecnica rivoluzionaria, ne fu l’inventore.

Schola cantorum: 
Scuola di cantori
.
Si ritiene che tale espressione risalga al quarto secolo d.C. ai tempi del pontificato di papa Damaso che, per primo, intuisce l’importanza del canto corale durante le celebrazioni religiose. Occorre attendere ancora un secolo, con l’elezione al soglio pontificio di papa Gregorio (san Gregorio Magno), perchè questa musica sacra, che da lui prenderà  il nome di “canto gregoriano” acquisti una connotazione ben precisa sia per tecnica che per regole liturgiche. Con il passare dei secoli questa musica monodica viene sostituita da melodie polifoniche con elaborazioni non sempre consone all’impiego liturgico. Sarà  Pierluigi da Palestrina (1523 – 1594) che detterà  i canoni a cui nei secoli successivi si ispireranno i maggior autori di musiche sacre. Il termine “schola cantorum” indica anche il luogo che accoglie i cantori. In alcune chiese è situata in fondo alla stessa su un soppalco in cui troviamo anche l’organo, mentre in altre è posta dietro all’altare maggiore.

Scribitur ad narrandum, non ad probandum
: 
Si scrive la storia per raccontare, non per provare (Quintiliano Institutio oratoria, libro X).
“La storia “dice Quintiliano” è simile ad un’opera poetica, quasi una poesia senza metrica. Si scrive la storia per raccontare, non per provare e l\’opera intera non viene composta per un uso immediato o una battaglia presente, ma per il ricordo della posteritࠅ Di parere simile sembra essere Cicerone, che definendo la storia “magistra vitae” lascia al lettore l’interpretazione della stessa, e Plinio il giovane che nell‘”Epistularum Libri Decem – Liber V” scrive che  “Historia quoquo modo scripta, delectat” (= la storia in qualunque modo sia scritta, è piacevole). 

Sedebamus in puppi et clavum tenebamus; nunc autem vix est in sentina locus:
Stavamo seduti sul ponte di comando tenendo in mano il timone mentre ora, a malapena, abbiamo un angolino nella sentina (Cicerone. Epistolae ad familiares. IX, 15,3.2).
Svanite le sue illusioni per una restaurazione delle istituzioni repubblicane da parte di Cesare, esautorato da ogni pubblico incarico, disgustato di tutto e di tutti, Cicerone, con terminologia marinaresca, esprime la sua angoscia per l’esautorazione del senato ormai docile strumento di governo di un dittatore che a suo piacimento ne eleggeva i membri

Sedet aeternumque sedebit: 
Siede e siederà  in eterno. (Virgilio, Eneide, VI, 617
).
Virgilio allude al supplizio dଠTeseo che, sceso nell\’ inferno per rapire Persefone, moglie di Ades, fu da questi condannato a sedere sopra un macigno dal quale non potè pi๠rialzarsi. Ma la sentenza non ebbe il suo pieno effetto, perchè venne poi Ercole a liberarlo. 

Semel abbas, semper abbas: 
Abate una volta, abate per sempre (Ignoto) 

“Abbas: vocabolo aramaico che significa padre” era il titolo che in epoca merovingia (sec. VI d.C.) veniva dato ai sacerdoti preposti ad una chiesa. Con la nascita degli ordini monastici venne cosଠchiamato il capo o fondatore del monastero. Inizialmente eletto dai monaci e confermato dal vescovo anche alla figura dell’abate in seguito vennero concessi i privilegi vescovili. Per la chiesa cattolica il sacramento dell’ordinazione sacerdotale ha, come tutti i restanti sacramenti, carattere indelebile ed eterno: il sacerdote pertanto che intende tornare allo stato laico potrà  chiedere la dispensa alla santa Sede dal “ministero sacerdotale attivo”, ma ciಠnon significa che possa venire annullato il sacramento ricevuto. Tutto questo ovviamente resta valido anche per il matrimonio. Erroneamente infatti si parla di annullamento mentre si tratta solo di una dichiarazione di inesistenza dello stesso a causa di determinati e ben precisi impedimenti.

Semel heres, semper heres:
Una volta erede, sempre erede.
Aforisma che vuole esprimere l\’irrevocabilità  della qualità  di erede, per cui, una volta accettata un\’ eredità , non si puಠpi๠rinunciare ad essa.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Semel in anno licet insanire: 
Una volta all’anno è lecito fare baldoria.

Sentenza divenuta proverbiale nel Medioevo e usata, con leggere varianti, da vari autori: Seneca, Sant\’Agostino, ecc. Orazio la fece propria nella sostanza cambiandone la forma: “Dulce est desipere in loco (Carm., IV, 13, 28)”. (=àˆ cosa dolce ammattire a tempo opportuno).

Semel in hebdomada
:
Una volta alla settimana (Attribuita ad Aulo Cornelio Celso).
Questo Celso deve essere lo stesso che, sempre a proposito di questo argomento, scriveva “semen retentum venenum est” (= Il seme trattenuto è veleno). Mi chiedo se poi metteva anche in pratica quanto suggeriva. Non vorrei fosse come i tanti medici, fumatori incalliti, che suggeriscono ai pazienti di smettere di fumare!!! Sull’argomento ognuno ha voluto dire la sua infatti vedi anche “In die perniciosum, in hebdomada utile, in mense necessarium”.

Semper ad eventum festinat: 
Sempre si affretta verso la soluzione (Orazio Ars Poetica v.148)
.
Troviamo l’uso di questo detto in una lettera del Metastasio. “Non vi è quasi scena senza qualche peripezia;” scriveva al fratello Leopoldo nel 1752 “non vi è peripezia senza preparazione, non vi è il minimo ozio: l’azione “semper ad eventum festinat”, e l’agitazione s’accresce sino all’ultimo verso del dramma. Certamente Orazio non avrebbe dato simile indicazione se avesse avuto la possibilità  di vivere al tempo delle telenovele, dove unica preoccupazione degli autori è ritardare quanto pi๠possibile la soluzione. 

Semper nocuit differre paratis:
E’ sempre stato dannoso il rinvio a chi è pronto ad operare (Lucano, De bello civili, Libro I, 281).
Chi ha tempo non aspetti tempo, oppure mentre il cane piscia la lepre se ne va. 

Semper homo bonus tiro est:
L’uomo buono resterà  sempre un principiante (Marziale, Epigrammi, Libro XII, Ep. 51).
Considerando la brevità  dell’epigramma lo riporto per esteso:“Tam saepe nostrum decipi Fabullinum, miraris, Aule? Semper homo bonus tiro est” (= Tu Aulo ti meravigli che il nostro Fabullino sia ingannato cosଠdi frequente? L’uomo semplice ed onesto resterà  sempre un principiante)

Semper idem:
Sempre lo stesso (Seneca, Lettere morali a Lucilio, Libro II, XX,5). 
Normalmente il motto viene usato per indicare l’inflessibile coerenza di un individuo e potrebbe benissimo essere equiparato al pi๠noto “Frangar, non flectar” (=Mi spezzo, ma non mi piego) di Orazio, (Odi, III, 3). Non intendo stravolgere il significato del detto ma ricordo ai visitatori che anche della banderuola si puಠdire “semper in idem” (= sempre nella stessa direzione in cui tira il vento) e, dalla banderuola a tanti nostri metamorfici politici nostrani, sempre pronti e disponibili a salire sul carro del vincitore o presunto tale, il passo è breve. 

Semper in proelio audacia pro muro habetur:
In battaglia l’audacia stessa è un baluardo (Sallustio, Bellum Catilinae 58,).
L’espressione è tratta dal discorso di Catilina ai congiurati. Il testo integrale è:“Semper in proelio eis maximum est periculum qui maxime timent: audacia pro muro habetur” (=Sempre in battaglia il maggior rischio è di coloro che hanno paura: l’audacia è di per sè un baluardo).
Concetto ricorrente che troviamo anche in altri scrittori. Senofonte “Ciropedia III, 3″ scrive che “l’esito delle battaglie si giudica pi๠dall’ardire degli animi che dalla robustezza dei corpi” mentre Orazio (Odi, Libro III, vv.13-17) ricorda alla giovent๠romana che: “Dulce et decorum est pro patria mori: mors et fugacem persequitur virum nec parcit imbellis iuventae poplitibus, timidoque tergo” (=E’ bello e dolce morire per la patria, la morte insegue anche l’uomo che fugge e non perdona ai garretti e alle terga codarde della gioventu imbelle).

Semper sexus masculinus etiam femininum sexum continet:
Il sesso maschile sempre comprende anche quello femminile (Digesta, 32,62). 
Quando una legge si rivolge in generale agli uomini, come spesso capita anche colloquialmente, intende comprendere anche le donne.

Tabula rasa:
Tavoletta ripulita.

Non conoscendo la carta e non potendo usare il papiro o la pergamena per il costo troppo elevato i romani usavano per prendere appunti delle tavolette ricoperte di cera che veniva incisa dalla punta di uno stilo mentre per cancellare veniva utilizzata una piccola spatola posta all’altra estremità  dello stilo stesso ripristinando lo strato di cera. Nel momento in cui quanto scritto non aveva pi๠interesse alcuno, sempre con la spatola si rasava la cera su tutta la tavoletta rendendola riutilizzabile. “Saepe stilum vertas” (=Capovolgi spesso lo stilo) scriveva Orazio, nelle Satire, Libro I, X, 72 ad indicare l’opera di limatura che era indispensabile operare sulle opere letterarie.
Per traslato, la locuzione entrಠnell’uso della terminologia filosofica ad indicare lo stato della mente umana che nasce vuota di idee che solo l’esperienza creerà  tramite i sensi. Dall’uso filosofico a quello giornalistico: far “tabula rasa” equivale a rubare, sottrarre ogni cosa il passo è stato breve. 

Tam mari quam terra: 
Tanto sul mare che sulla terra (Città  di Genova 1424).
Si ritiene che questo sia stato il nome della prima società  di assicurazione nata a Genova nel 1424. Sembra che già  tra gli egizi (2700 a.C.) e poi tra il romani esistesse una cassa mutua per pagare le spese funebri dei tagliapietre. Vere forma codificate di assicurazione si cominciano a trovare nel tardo medioevo: uno dei pi๠antichi documenti risale alla seconda metà  del 1300.
Nel 1688 nasce a Londra, nella taverna del sig. Lloyd Edward, la pi๠famosa si queste compagnie:i Lloyd’s. Nel 1762 , sempre in Inghilterra, nasce l\’assicurazione per la persona sulla vita.

Tantae molis erat Romanam condere gentem: 
Era cosଠdifficile fondare il popolo romano. (Virgilio, Eneide, I, 33
).
Verso che riassume tutti gli ostacoli, le difficoltà  incontrate nello sviluppo della città Â “caput orbis” e del popolo che doveva dettar leggi al mondo intero. Ricorre spontaneo quando ci si trova innanzi a problemi che sembrano insormontabili.

Tantaene animis coelestibus irae?
: 
Di tanta ira sono capaci gli animi celesti? (Virgilio , Eneide, libro I, v. 12)
.
La mitologia greca e romana ci hanno abituati a questa visione antropomorfa degli dei dell’Olimpo soggetti, come dei semplici mortali alle umane passioni, falsi, bugiardi e vendicativi. “Possibile” si domanda infatti Virgilio ” che Giunone essendo una dea possa nutrire tanto odio nei confronti dei troiani da costringerli per sette lunghi anni a peregrinare per i mari e a istigare successivamente contro loro le popolazioni del Lazio?”Si usa la frase quando la fortuna è avversa alle nostre imprese, quando cioè il Cielo sembra sordo alle nostre preghiere.

Tanto nomini nullum par elogium:
Nessun elogio è adeguato a simile nome. 
Epitaffio scolpito sulla tomba di NiccolಠMacchiavelli sepolto nella tomba di famiglia in Santa Croce a Firenze. L’espressione “Tanto nomini” risulta quasi sempre indirizzata in senso sarcastico a quei personaggi ai quali non resta altro merito e vanto che il nome che portano. 

Tarde venientibus ossa:
Quelli che arrivano tardi a tavola trovano solamente le ossa.

Se per negligenza o pigrizia si perdono opportunità  di guadagno o di lavoro la colpa è solamente nostra. Identico concetto è espresso dal proverbio: Chi tardi arriva male alloggia. Di ben diversa interpretazione è il significato di “arrivare ultimo” nel racconto evangelico (Mt. 20,8 – 20,16). Il padrone di una vigna durante l’arco dalla giornata cerca lavoratori e come li trova, indipendentemente dall’ora, li manda nella suo podere promettendo a tutti un denaro per il lavoro svolto. Giunta la sera dice al fattore di pagare agli operai quanto pattuito iniziando dagli ultimi arrivati. Quando giungono quelli che già  dal mattino lavoravano nel campo trovandosi a ricevere la stessa paga di chi aveva lavorato solo un’ora protestano per quella che ritengono una ingiustizia. A questi il padrone risponde: amico non ti fo torto, non hai pattuito con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene, io voglio dare a quest’ultimo come a te… “sic erunt novissimi primi et primi novissimi” (=cosଠgli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi) . La parabola era diretta contro quei Giudei che, appartenendo per nascita al popolo eletto si ritenevano “primi” nella scelta di Dio e non tolleravano che i Gentili , “operai dell’ultima ora”, potessero avere, nel regno che il Messia andava predicando, i loro stessi diritti. 

Te Deum:
Te Dio. (San Niceta di Remesiana?).
Sono le prime due parole con cui inizia l’inno sacro che da esse prende il titolo. In uso già  dai tempi di san Benedetto e conosciuto anche come “Hymnus Ambrosianus” forse perchè erroneamente attribuito a sant’Ambrogio, inizialmente legato alla Liturgia delle Ore è divenuto, per la Chiesa Cattolica, l’inno di lode e di rigraziamento per eccellenza, cantato durante l’ordinazione, del vescovo, del papa , o molto pi๠semplicemente al termine di ogni anno come ringraziamento a Dio per quanto, nell’anno trascorso, ci è stato concesso. Secondo lo studioso benedettino dom Germain Morin l’inno sarebbe stato composto da san Niceta di Remesiana (l’attuale Bela Palanka in Serbia). “Cantare o recitare un te deum” è espressione piuttosto comune ad indicare il ringraziamento per uno scampato pericolo o per la riuscita in una impresa personale.

Telum imbelle sine ictu: 
Freccia innocua e senza forza. (Virgilio, Eneide, Il, 544
).
Il poeta lo dice a proposito della freccia scagliata dal vecchio Priamo a Pirro. Nel senso figurato, significa un attacco inutile, che lascia il tempo che trova. Si applica bene a certe critiche che dimostrano pi๠il livore dell\’attaccante che i difetti del criticato.

Temporibus callidissime inserviens
: 
Servendo con somma astuzia ai tempi. 
(Cornelio Nepote, Alcibiade, I).
Cioè adattandosi astutamente ai tempi ed alle circostanze. Plutarco dice, in proposito, che alcuni possono prendere tutti i colori, come il camaleonte, e che anzi gli sono superiori, perchè esso non puಠprendere il color bianco (figurativamente la veste dell\’innocenza)

Tempus edax
: 
Il tempo distrugge (le cose) (Ovidio Ex Ponto liber IV lett. X Albinovano v.7 – “Metamorfosi liber XV v. 234″).

Troviamo questa espressione nelle accorate lettere che Ovidio dall’esilio scriveva agli amici di Roma. Sempre in questa, diretta all’amico poeta Albinovano Pedone, troviamo, pochi versi prima, un’altra arcinota espressione giunta fino a noi: “gutta cavat lapidem”(= la goccia scava la pietra). “Panta rei” (= tutto scorre) già  scriveva Democrito, tutto infatti è soggetto a trasformazione ed il tempo inesorabilmente trasforma e distrugge anche le cose pi๠resistenti. Nei secoli successivi il detto è stato variato e ora suona cosà¬:“Tempus edax, homo edacior” (=Il tempo distrugge le cose, ma l’uomo ancora di pià¹), e mai affermazione fu pi๠vera se si pensa ai guasti e alle mutilazioni non attribuibili all’azione distruttrice del tempo solamente ma all’incuria e alla cupidigia dell’uomo.

Teneo lupum auribus
:
Tengo il lupo per le orecchie.
Bellissima e colorata espressione per indicare la definitiva soluzione di un problema o quanto meno per avere ormai tra le mani la soluzione del problema medesimo.

Terminus a quo… Terminus ad quem: 
Punto di partenza…Punto di arrivo.

Si indicano cioè i due termini estremi in cui s\’aggira qualche soggetto, e pi๠frequentemente gli estremi tra i quali è contenuta una data che non si sa precisare del tutto.

Tertium non datur
: 
Una terza possibilità  non è ammessa (Aristotele)
.
Nella filosofia aristotelica, ripresa nel medioevo dagli Scolastici, il dilemma ammette solamente due possibilità  di scelta e pertanto la traduzione del detto molto semplicemente in italiano suona: i casi sono due o…. o…..! 

Tertius e caelo cecidit Cato:
Ci è caduto dal cielo un terzo Catone (Giovenale, Satira II, 40).
Come se non fossero bastati già  due Catoni, il Censore e l’Uticense (rispettivamente nonno e nipote) ora ne è arrivato un terzo. Terzo Catone è chiunque che, pur non richiesto, gratuitamente si offre ad elargire suggerimenti, consigli, critiche e quant’altro spesso si rivela solo una perdita di tempo da entrembe le parti. 

Testis temporum: 
Testimone dei tempi (Cicerone, De oratore, Liber II, Cap. IX, 35).

Epiteto attribuito da Cicerone alla Storia. “Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis” (=La Storia è il testimonio dei tempi, la luce della verità , la vita della memoria, la maestra della vita e il messaggero del passato). Vedi: “Historia magistra vitae”

Testis unus, testis nullus
:
Un solo testimone nessun testimone (Codice giustinianeo). 
Aforisma giuridico già  noto e applicato, come suggerimento di carattere generale, nel diritto romano antico e che diviene disposizione di legge con l’entrata in vigore nel 529 del Codice giustinianeo. La testimonianza, quindi, portata da un unico teste non viene pi๠accettata in tribunale e il detto citato viene sostituito da: “In ore duorum vel trium stat veritas” (=La verità  sta nella bocca di due o tre testimoni)… con la speranza che questi due o tre siano di provata onestà !.
Detto segnalato da William L.

Ubi allium ibi Roma:
Dove c’è odore d’aglio c’è Roma (Terenzio Varrone, Satire Menippee, Framm. LIV, 201,1). 
Sembra che i Romani fossero dei formidabili consumatori di aglio senza distinzione di sesso e di censo se dobbiamo dar credito a Varrone che scriveva: “Avi et atavi nostri, cum allium ac cepe verba eorum olerent, tamen optime animati erant” (I nostri nonni e bisnonni erano persone di nobilissimo animo nonostante i loro discorsi sapessero di aglio e di cipolla). La cosa non deve stupire se pensiamo che il popolo romano fu, per secoli, un popolo dedito all’agricoltura.

Ubi consistam :
Dove posso stare.
Punto stabile d\’appoggio, base, fondamento: è un uomo che non ha ancora trovato il suo \”ubi consistam . 
Vedi anche “Da ubi consistam”
Detto segnalato e commentato da Carlo T. 

Ubi deficiunt equi trottant aselli: 
Quando mancano i purosangue fanno trottare gli asini (Teofilo Folengo).

Conosciuto anche con lo pseudonimo di Merlin Cocai il Folengo fu maestro impareggiabile nell’usare la lingua burlesca del latino maccheronico dove desinenze ed assonanze proprie del latino venivano applicate a radici della lingua italiana o dialettale rispettandone la sintassi. La frase usata da chi si sente considerato un tappabuchi sembra sia stata anche pronunciata dal Card. Angelo Roncalli , futuro papa Giovanni XXIII quando, il 6 dicembre 1944 fu nominato Nunzio Apostolico di Parigi in seguito alla rinuncia, per motivi di salute, del cardinale Joseph Fietta. 

Ubi homo, ibi societas, ubi societas, ibi jus:
Dove esiste l’uomo c’è lo stato, dove esiste lo stato esiste la legge.
L’uomo come scriveva Aristotele è un “animale sociale”. Per potersi relazionare con i suoi simili necessita di regole che non basta siano buone ma è indispensabile che vengano anche rispettate. Per ottenere ciಠè necessario un efficente sistema di controllo e la certezza della pena in caso di trasgressione. Vorrei che nessuno pensasse che sto parlando della nostra bella penisola, patria del diritto, dove normalmente si fa un legge per farne osservare un’altra sullo stesso argomento ma, come sempre, disattesa. Vorrei ricordare che uno Stato che ha troppe leggi e come se non ne avesse alcuna. 

Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit: 
Dove la legge ha voluto, si è pronunciata, dove non ha voluto, non si è pronunciata.

Espressione giuridica per indicare che la legge deve essere interpretata conformemente alla volontà  del legislatore e si puಠapplicare solo ai casi previsti dallo stesso. 
Troviamo anche con lo stesso significato “Ubi lex non distinguit, nec nostrum est distinguere” (=Quando la legge non distingue neppure noi abbiamo il diritto di farlo).
Detto segnalato da Sara

Ubi maior minor cessat:
Quando è presente la persona con maggior autorità , chi è di grado inferiore cessa di aver potere.

Il detto, tacitiano per la brevità , solo 4 parole, ne richiede almeno una decina per essere reso utilizzabile in lingua italiana ma una volta tradotto, anche se non nel migliore dei modi, non necessita di ulteriori spiegazioni. Usato con il significato di scaricare la responsabilità  ultima a chi pi๠comanda equivale all’altro motto “caveant consules”. Rappresentativa di simile concetto è la scena che troviamo al capitolo XI dei Promessi Sposi: “…il Griso posಠin un angolo di una stanza terrena il suo bordone, posಠil cappellaccio e il sanrocchino e, come richiedeva la sua carica, che in quel momento “nessuno gli invidiava” salଠa render conto a don Rodrigo”. (Probabilmente i bravi non conoscevano il detto nè il latino ma il concetto era loro ben chiaro)!.
Poichè l’espressione è adattabile a varie situazioni riporto di seguito la diversa interpretazione inviatami da due visitatori che, ovviamente, ringrazio.
“Ho sempre saputo che questa locuzione significa che in una situazione in cui chi è al comando dimostra di essere una persona mediocre (minor), viene messo in disparte nel momento in cui ne entra in scena una con maggior capacità Â (maior)” scrive Franca da NY mentre Luca C. mi ricorda che “quei romani”, ben diversi da quelli attuali, mai avrebbero pensato ad uno scaricabarile come da me scritto ed ipotizza trattarsi di un brocardo “ante litteram” per spiegare come una normativa giuridica a carattere particolare debba decadere in presenza di un’altra con pi๠ampia portata.

Ubi nunc lex Iulia, dormis?:
Dove sei ora “lex Iulia” stai dormendo? (Giovenale Satira II 35).

Nella seconda satira di cui il detto fa parte, Giovenale si scaglia contro i depravati che si atteggiano a moralisti: il solito bue che accusa l’asino di essere… cornuto e ad uno di essi, non certo integerrimo, fa concludere una requisitoria contro le donne con la frase citata. La “Lex Iulia de adulteriis coercendis”voleva essere un tentativo di ripristinare l’antica austerità  morale. Sembra perಠche alle matrone romane e alle loro figliole andasse un pಠstretta. 

Ubi saltatio ibi diabolus:
Dove c’è danza c’è il diavolo.
La frase attribuita a san Giovanni Crisostomo, con la quale viene demonizzata la danza, ha come oggetto la danza promiscua e non quella che già  nell’Antico Testamento era in uso presso il popolo ebreo come espressione di preghiera gioiosa dalla quale le donne erano escluse …et David saltabat totis viribus ante Dominum (Antico testamento Samuele libro II, 6-14).(=e Davide danzava con tutte le sue forze davanti al Signore). Certo è che, dai Padri della Chiesa in poi, questo tipo di divertimento non dovette essere visto di buon occhio se è stato contrastato fino a pochi decenni fa.

Ubi sis cum tuis et absis, patriam non desideres
: 
Quando sei con i tuoi anche se lontano, non desideri la tua terra! (Publilio Siro Sententiae v.635).

“E io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene” cosଠracconta don Abbondio al capitolo 38° de “I Promessi Sposi” quando, non ancora a conoscenza della morte di don Rodrigo, cerca di convincere Agnese che la cosa migliore da fare sarebbe, per Renzo e Lucia, sposarsi in territorio Bergamasco dove già  avevano deciso di stabilirsi. 

Ubi tu Caius ego Caia: 
Poichè tu sei Gaio io sono Gaia
 cioè Dove tu sarai io sarà².
Nelle nozze romane si soleva chiamare lo sposo “Caius” e la sposa “Caia”. Sembra che questa frase, indirizzata dalla sposa al marito concludesse il rito segnando il trasferimento della donna alla nuova famiglia e rendendo il vincolo sacro ed indissolubile. Ai tempi della Repubblica il matrimonio detto “cum manu” prevedeva infatti il trasferimento della patria potestà  dal genitore della sposa al marito lasciando la donna in perpetua soggezione. Già  dai tempi di Cesare perಠuna nuova formula detta “sine manu”consentiva alla moglie di continuare ad appartenere alla famiglia paterna basando il vincolo maritale solo sull’affetto reciproco e la continuità  di consenso. 
E’ possibile trovare nei vari testi sia “Caius – Caia” che “Gaius – Gaia” in quanto la lettera “C”, in origine, poteva essere pronunciata sia con il suono del “K” che del “G” gutturale come in “gara”. Solo nell’anno 344 a.C. per evitare errori di pronuncia la lettera “G” venne introdotta nell’alfabeto romano.

Ultima forsan: 
Forse l’ultima.

Iscrizione spesso riportata su meridiane che significa: “Passeggero, che guardi l\’ora, pensa che questa potrebbe esser la tua ultima”. Su altre meridiane ve ne sono di simili: Omnes feriunt, ultima necat(Tutte portano un dolore, ma l\’ultima uccide).

Ultima ratio regum
: 
(La forza) è l’ultima ragione dei re.

Vedi anche: “Regum potestas finitur ubi finitur armorum vis”
Che la forza dei cannoni consentisse ai re di avere sempre l’ultima parola nelle contese era una delle massime del cardinal Riechelieu da cui abbiamo preso questo motto. Sembra che Luigi XIV lo facesse incidere sui suoi cannoni ad ulteriore dimostrazione che la forza, nei regnanti, supplisce gli argomenti. Nella favola di Fedro il leone fa le parti cosଠgiuste, da tenere per sè tutta la preda!

Vacatio legis:
Assenza della legge.
Con questa espressione giuridica si intende quel vuoto legislativo che intercorre tra la pubblicazione ufficiale di una legge e la sua effettiva entrata in vigore.

Vade retro Satana: 
Vai indietro Satana (Nuovo Testamento Mc. 8,33).
Sono le parole di rimprovero che Cristo rivolge all’apostolo Pietro che lo consigliava di non recarsi a Gerusalemme dove sarebbe stato condannato a morte e crocefisso. “comminatus est Petro dicens: vade retro me Satana quoniam non sapis quae Dei sunt sed quae sunt hominum” (=rimproverಠPietro esclamando: Allontanati da me Satana perchè non comprendi ciಠche è da Dio e quanto è dagli uomini). La frase viene spesso banalizzata per allontanare una tentazione non tanto spirituale quanto di piacere fisico. Quanti di noi, angosciati per un leggero… sovrappeso, davanti ad un piatto di dolci hanno esclamato:“vade retro Satana” 

Vae, inquit, puto deus fio: 
Ohibà²! mi sa che sto diventando un dio (Svetonio Divus Vespasianus XXIII.15).
Vespasiano sentiva che la fine si stava avvicinando e, scimiottando l’uso ormai invalso nella Roma dei Cesari di divinizzare alla loro morte gli Imperatori, comunicಠai presenti la sua imminente dipartita con questa frase.

Vae soli !:
Guai all’uomo solo!(Antico Testamento Ecclesiaste 4; 10).
Gran brutta cosa essere soli o avere il potere ma non la sapienza cosଠè il senso del brano dell’Ecclesiaste da cui è presa l’espressione. “Melius ergo est duos simul esse quam unum habent enim emolumentum societatis suae si unus ceciderit ab altero fulcietur vae soli quia cum ruerit non habet sublevantem” (=Meglio perciಠessere due insieme che uno solo, perchè traggono profitto dalla loro unione e se uno cade l’altro lo sostiene, ma guai a chi è solo, perchè, cadendo, non ha chi lo sollevi!). Quotidianamente leggiamo di questi drammi della solitudine: anziani, disoccupati, disadattati… tutte persone che non riescono a trovare alcun sostegno nel loro cammino. 

Vae victis!: 
Guai ai vinti. (Tito Livio, Storie, V, 48).
Sono le storiche parole di Brenno ai Romani quando in seguito alle loro proteste per le bilance false adoperate per pesar l\’oro del riscatto, gettಠsu un piatto delle medesime la sua pesante spada. Nel significato generale, l\’esclamazione esprime la triste verità  che il vinto è alla mercè del vincitore.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas: 
Vanità  delle vanità  e tutto è vanità . (Antico Testamento Ecclesiaste, I, 2).
Frase che proclama la vanità  di tutte le cose di questo mondo.

Vale:
Ciao, stammi bene.
Era per i romani una forma di saluto. Grammaticalmente è la seconda persona dell’imperativo presente del verbo “valeo” il cui significato primario è valere, essere forte, essere capace, essere sano, godere ottima salute e da qui il passo come forma di saluto è breve. Lo troviamo in numerose espressioni: “Ut vales?” (=come stai?), nell’abbreviazione “S.V.B.E.E.V.” , “Cura ut valeas” (=cerca di star bene), come saluto d’addio ad un defunto “aeternum vale” (Virgilio Eneide libro XI,98), o supremum vale (Ovidio Metamorphoses liber X ,62) e non ultimo come espressione di rifiuto e di spregio “si talis est deus, valeat” (=se il dio è tale -cosଠmeschino ed inaffidabile-, lo saluto). 

Vare, legiones redde!: 
O Varo, restituiscimi le legioni.(Svetonio, Augusto, XXIII).
àˆ la celebre esclamazione di Augusto dopo la sconfitta e morte di Publio Quintilio Varo e l\’annientamento delle sue tre legioni, assalite da Arminio nella foresta di Teutoburgo, l\’anno 9 dell\’ era volgare. Nello stile familiare si cita la frase come per domandar conto a qualcuno del suo operato, o per chiedere la restituzione di qualche cosa non sua.

Variam habuere fortunam: 
Ebbero varia fortuna. (Eutropio, Breviario, VI, 6).
Ciascuno in vita ha le sue ore di piccola o grande gloria, e quelle di piccolo o grande lutto.

Vario viam sermone levabat: 
Con parole diverse rendeva leggero il percorso (Virgilio Eneide Libro VIII v. 309) .
L’espressione, usata da Virgilio a proposito di Evandro re del Lazio.Troviamo anche con analogo significato: “Comes facundus in via pro vehiculo est” (Publilio Siro “Sententiae) (=Un compagno di viaggio buon conversatore equivale ad un mezzo di trasporto) . Oggi non si viaggia pi๠con il… caval di san Francesco ma in auto, e se il “comes facundus” con le troppe chiacchiere rende il viaggio pesante e noioso si pigia un tasto dell’autoradio o del lettore cd ed il problema è risolto. 

Varium et mutabile semper femina: 
Varia e cambia in continuazione (il cuore) di donna.(Virgilio, Eneide, libro IV, v. 569).
Sulla nave troiana Enea sta riposando attendendo l’alba per rimettersi in mare dopo la decisione di abbandonare Didone e seguire il corso del destino che lo porterà  alla foce del Tevere. Nel sonno gli appare Mercurio invitandolo a salpare immediatamente l’ancora e uscire in mare aperto, prima che la regina di Cartagine, già  pentita per la concessione fatta, glielo impedisca. “Heia age, rumpe moras. Varium et mutabile semper femina.” (=Muoviti, rompi gli indugi, è della donna essere mutevole). 

Velut aegri somnia: 
Come sogni di malato. (Orazio, Ars poetica, 11).
Il Poeta paragona un libro mal organizzato, senza legame, sconclusionato, al delirio d\’un malato assalito da forte febbre. La frase è d\’uso molteplice per indicare cose vane, inconsistenti o castelli in aria.

Veniam petimus damusque vicissim: 
Domandiamo e concediamo scambievolmente questa licenza. (Orazio, Ars poetica, 11).
Nell\’uso pi๠comune si dà  a “venia” il significato di perdono, e allora la frase significa doversi capire gli altrui difetti come si desidera siano compatiti i propri.

Veni, vidi, vici: 
Venni, vidi e vinsi. (Plutarco, Detti di Cesare).
Sono le storiche parole di Giulio Cesare, con le quali annunciava al Senato la sua vittoria su Farnace, re del Ponto. Nello stile epistolare o nel linguaggio familiare si usano per esprimere un facile successo.

Ventis secundis, tene cursum: 
Con i venti a favore mantieni la rotta. (ignoto)
Nessuno me ne voglia, ma non trovo il consiglio cosଠeccezionale… con quale coraggio si potrebbe suggerire di cambiare modo di agire quando tutto va… a gonfie vele? Equivale al nostro noto detto
“cavallo che vince non si cambia!” Immagino che l’ignoto consigliere volesse suggerire di approfittare del favore della fortuna per evitare che, volubile come sempre, ci abbandoni prima di aver raggiunta la meta prefissata.

Vera incessu patuit dea: 
Il suo modo di camminare rivela essere una dea (Virgilio, Eneide libro I, v. 405).
Non stiamo parlando di modelle che stanno sfilando ma di Venere. Apparsa al figlio Enea sotto l’aspetto di una giovane cacciatrice da lei apprende di essere approdato sulle coste di Cartagine. Lo conforta e lo esorta a dirigersi senza timore alcuno verso la città . Solamente quando scompare dalla sua vista, una serie di particolari del suo portamento fanno comprendere all’eroe troiano l’inganno, che lamenta di non averla mai sentita parlare come madre e non aver mai potuto risponderle come figlio.

 



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